Storie d’oro e di fango #9: i colori sono andati via

6 06 09 by

Leggi prima:

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  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione
  8. Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati

      

  

L’ente diverso e indipendente dall’essenza umana o Dio – l’ente che non ha essenza umana, proprietà umane, individualità umana – questo ente non è altro, in verità, che la natura.

Ludwig Feuerbach

  

  

Arrivare all’Aquila dal Vaticano è sconvolgente.
È questo il tragitto che Benedetto XVI ha percorso il 28 aprile, con l’auto al posto dell’elicottero papale e con 45 minuti di ritardo, a causa del maltempo. Ho voluto precederlo e partire il giorno prima di lui, volevo sapere cosa si prova a passare dall’oro al fango e all’inizio è difficile sentire.

Bisogna spogliarsi dei pensieri, prima di tutto. Per provare qualcosa sulla pelle, perché il tatto ritorni sensibile dopo le imbellettate storie dorate e le facce laccate, dopo i flash e le bacheche lucide, serve che prima ti disfi del trucco, per l’appuntamento con l’umanità. Perché nell’Aquila distrutta c’è il meglio ed il peggio, il più alto ed il più misero dei lati umani, il più dolce dei gesti e la più cupa malinconia, la speranza e l’abuso, la divisa e le ciabatte, l’autoblindo ed il triciclo, la televisione e l’oblio.

L’escursione termica è solo un’altra medaglia a due facce, a cui ci si abitua dopo qualche giorno di afa e di gelo. Le gocce di brina, i pezzi di ghiaccio sui parabrezza, la neve intorno alla valle, il bacio soffocante del sole a mezzogiorno, la luna che abbraccia con fredda lucidità e l’irrespirabile umido dentro alle tende tappate. È questo a far da sfondo alle giornate della gente e per quanto ti sforzi di trovare una logica negli scherzi del paesaggio, non c’è una regola ad acquietare il caos di questo aprile.

Arrivare all’Aquila dal Vaticano è come un viaggio nel tempo. Nell’amore e nella miseria. In quei minuti che la separano da Roma mi sembra di viaggiare in realtà per millenni, di ascoltare l’alito vitale di questa terra, delle sue valli e dei suoi pendii. Il terreno mi accoglie con la sua vivida spensieratezza, con la sua fervida indifferenza, il suo essere sfacciatamente al di sopra delle umane passioni e delle storie di mattoni.

Sembra di varcare uno spesso confine, oltre il quale i colori si fanno smorzati. Il battito del cuore impazzisce e si fa veloce, ma il motore dell’animo è come spento, l’aria è ferma. Il fiato, all’improvviso, lo senti tagliato, interrotto. I colori sono opachi, all’Aquila, quello che vedi sono pallidi visi e sorrisi a metà, contorni vaghi, orizzonti incerti, pensieri sbiaditi.
Il cancello che separa la vita dalla morte è sporco della polvere dei palazzi crollati, quasi non si distingue, lo vedi come sfumato, indeciso su chi tenere da una parte e dall’altra.

Il silenzio, qui, non è di tomba, ma è fatto di spettri. I morti non sono trecento, perché ne puoi vedere uno anche dentro gli occhi di ogni vivo. Non hanno perso il sorriso, gli abruzzesi, ma qualcosa di più intimo ed impercettibile e di quest’assenza, che grida nel loro sguardo, si può sentire l’eco disperato.

Ho provato a girare la testa da una parte all’altra, quando sono scesa sulla strada, per guardare i cadaveri delle case, gli unici che sono rimasti in bella vista. Ho provato anche a tenerla ferma, a non muovermi, a camminare dritta senza indagare in ogni direzione, a fermarmi, a sedermi. Ma qualsiasi cosa tu faccia, quello che senti è un cerchio alla testa, una mancanza di punti di riferimento che dà il capogiro, rendendo il respiro sconvolto e lo sguardo smarrito ad ogni angolo.

Non un suono forte, ogni vibrazione è attutita, poche auto e ancor meno esseri umani si intravedono per le vie turbate e ammalate, ammorbate dalla bugia. Quelle poche cose che vedi si muovono lentamente. Tutto è rallentato, affievolito, come fosse sott’acqua. La gente ha finalmente un po’ di calma, adesso, tempo per riprendersi dalla tragedia, spazio per riappacificarsi con la terra. Ma è una pace irreale. Perché niente è più al suo posto.

I colori se ne sono andati. Il giallo dei palazzi ancora in costruzione è un’angoscia immobile, non ha niente a che vedere con la luce, le sue crepe svelano la falsità della sua somiglianza con la tinta del sole. Il rosso della vernice è una ferita aperta, e anche quando chiude gli ingressi al cuore della città in nome della sicurezza, non è amore. Il verde delle piante è una fiducia mal riposta, perché la natura ti rassicura e ti sgomenta, ti sa cullare e ti fa crollare, ti partorisce e ti abbandona, poi torna, poi non si sa, domani è un altro giorno. L’azzurro dei monti all’orizzonte è un futuro effimero, niente a che fare con l’immensità del cielo, perché non c’è domani per chi ha perso tutto.
In un soffio. Uno sbuffo, che si è portato via i colori.

L’Aquila di oggi è una città zitta, immobile, castigata. È una città che non sa più respirare la sua aria, perché è infetta e fa male. Gli uomini hanno perso il colorito, anche quelli che continuano ad andare a lavorare, il cielo è pesante anche quando non è nuvoloso. Anche la carnagione delle donne è diversa e le direzioni che i bambini prendono sono in bianco e nero.

L’Aquilano ha ancora voglia di volare, annuncia con fierezza il primo cartellone all’ingresso della città.
Era difficile immaginare che questa è l’Aquila. Niente ville, niente crociere, niente aiuti né spiegazioni. Nessuna responsabilità o soluzione, nessun miracolo né benedizione. Era difficile immaginare una città che non esiste più, che non può più guardarsi allo specchio perché non ha più un volto.

La verità è andata via dall’Aquila, anche se è nei cuori della gente come se dovesse tornare da un momento all’altro.

 

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