Storie d’oro e di fango #8: il candore dei porporati

3 06 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano
  7. Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione

      

  

A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine.

litania cristiana

  

  

Mancano due giorni all’arrivo del Papa in Abruzzo e io mi chiedo se saprò guardare con occhi puliti dopo aver sentito tutto questo. L’odore forte del gelsomino, la voce metallica degli altoparlanti, il freddo delle mura, i disegni di un dio che non si può comprendere.

Se vuoi entrare in Vaticano, ti devi accontentare della piccola parte aperta al pubblico: per Piazza San Pietro occorre passare i controlli di sicurezza delle forze dell’ordine; per i Musei bisogna pagare il biglietto; per entrare ai Giardini bisogna prenotarsi con indicibile anticipo. “Per altre informazioni si rivolga alla Cooperativa Il Sogno”, ti dicono. “E si ricordi che l’accesso ai Musei ed ai Giardini Vaticani è consentito solo alle persone decorosamente vestite”.

C’è anche una farmacia particolare, dentro la Città Stato, che possiede medicine che da noi non si vendono, o che arrivano mesi dopo per via della burocrazia italiana. Creme per cicatrici da intervento chirurgico, latti in polvere per bambini prematuri, pomate cicatrizzanti per ustioni di secondo grado. Una volta ottenuta una ricetta medica, devi presentare il passaporto per ottenere un permesso e nonostante questo puoi stare tassativamente solo qualche minuto, per poi sgattaiolare via. Secondo fonti vaticane è la farmacia più frequentata al mondo, con oltre duemila clienti al giorno.

Poi, se tutto questo non ti basta, puoi inventarti qualcos’altro.
Passando da via della Sagrestia varcare il confine ha un altro sapore. Qui la frontiera non è come negli altri lati: non è un marciapiede, non è un muro, non è un cancello. Svoltato un angolo ti ritrovi in un altro mondo, fatto di prati verdi e siepi curatissime, strade lisce e pulite cinte da palazzoni antichi, che da dietro l’angolo non avresti mai potuto immaginare e che ora ti incantano, in tutta la loro solennità. Le grate magiche alle finestre e i lampioncini dorati sembrano quelli delle favole. Il cupolone è a un passo e sembra quasi di poterlo toccare.

Più vai avanti e più gli edifici si fanno imponenti, con giardini abbelliti, colonne decorate e muti signori dagli abiti porpora che si aggirano con discrezione. Sono esseri divini, talmente benedetti che non possono essere interrogati, perquisiti, processati o arrestati da nessun sistema giudiziario, nemmeno in casi di scandali finanziari eclatanti come quello degli anni Ottanta, neppure nei numerosi casi di omicidi strategici o per scandali ben peggiori, come quello che sta accadendo negli USA di questi tempi e che ha a che fare con i preti pedofili. I porporati godono di una sinistra immunità che non è contemplata in nessun codice e vivono in un eden dall’aspetto ineccepibile, come la pelle bella di un assassino. Nelle immense strade asfaltate che si intrufolano dentro le parti proibite della Città Stato non ci sono pecche, nemmeno una foglia a distrarre la perfezione, nemmeno un minuscolo, insignificante petalo di rosa rompe l’equilibrio di questo luogo immacolato.

Chi polemizza sul fatto che il Papa non sia ancora andato a L’Aquila è una testa di cavolo!“ esclama don Maurizio con il sorriso largo e una sfacciata insicurezza “e qualcuno potrebbe dirlo ancora meglio!”. Scherza più o meno seriamente sulla faccenda del terremoto cercando lo sguardo e l’approvazione dei suoi amici vescovi, come se avesse bisogno di dimostrare loro qualcosa. Mentre mi parla mi guarda poco negli occhi, sembra quasi che parlino tra di loro. Poi mi dà una sua piccola lezione in un mix di salmi, litanie e citazioni di Gesù Cristo, ripetendomi che “il Signore non ha bisogno di essere difeso da noi, perché si difende benissimo da solo”.
Monsignor Bernard lo lascia dire, con una serenità delicata e cupa, poi prende la parola. “Morire è il nostro destino. Questo nostro essere sulla Terra è passeggero: poi, se la permanenza è lunga o breve, poco importa”. Si esprime per lo più con i suoi occhi color dell’acqua. Le sue parole, come gocce che si propagano ondeggiando, arrivano e si infrangono nel silenzio. Sono suoni limpidi e leggeri, che uniti all’accento francese e alle rughe del viso fanno del suo pensiero una profezia.

Don Stefano passa di fretta, ma don Maurizio lo coinvolge con astuzia, lo trattiene, poi lo abbandona e lo lascia solo con me. È molto anziano e ha i capillari rotti sulle guance rosse. Balbetta un po’ con la bocca senza denti, e rovistando tra i pensieri per cercare il perché di tanto prestigio, si sforza di nascondere il fatto che non sa rispondere alle mie domande. “Il terremoto rientra nei piani di Dio” dice. Poi comincia a parlare della sovrappopolazione in Cina, di chi mangia troppo e chi muore di fame, della Terra che può dar da mangiare a tutti ma che ha risorse mal distribuite.

Qualsiasi domanda io provi a porgli mi risponde sospirando che è difficile, come se fosse difficile capire, difficile trovare una base di atterraggio, difficile pronunciare parole e chiarire i miei dubbi. Difficile reagire. Balbetta e sospira. “Eh, è difficile stare dentro a queste dinamiche… È difficile sapere com’è che vengono usati tutti questi immobili di proprietà del Vaticano e capire come mai non li mettano a disposizione degli sfollati abruzzesi… Eh. È difficile trovare parole di conforto per le mamme che hanno perso i loro bambini…
Ogni cosa è difficile per quest’uomo del nord Italia, quasi novantenne. Non è difficile percepire il suo disagio, così gli sorrido e lo saluto, allontanandomi verso la salita.

  

Proseguo salendo in alto fino al Largo della Radio, sulla cima del colle da cui si innalzano le antenne di Radio Vaticana. Gli spazi sono immensi, gli alberi altissimi. Camminando incontro statue antiche e fontane che sono delle vere e proprie opere d’arte, aiuole e prestigiose esposizioni botaniche, con centinaia di specie vegetali da tutto il mondo e i relativi cartellini esplicativi. Rose, bonsai, piccoli cactus, buganvillee e mimose, su uno sfondo di cespugli potati ad arte e rocce multiformi. Latino e marmo regnano sovrani.

Nell’antica residenza papale si svolge una messa privatissima. Al secondo piano, in una piccola cappella che contiene al massimo una ventina di persone: per arrivarci passo da porte grandi e dorate, curiosando in stanze con pareti abbellite e finestre enormi che danno sullo straordinario panorama vaticano.
Quae dico vobis in tenebris dicite in lumine, quod in aure auditis praedicate super tecta
, è inciso in alto dietro l’altare. L’odore di incenso è fortissimo e don Angelo dice la messa con una dizione perfetta, perché nella stanza accanto i tecnici della Sala Controllo e Regia stanno trasmettendo in diretta su Radio Maria.

Il concetto chiave di questa settimana è il consolidamento della fede”, annuncia alla dozzina di fedeli ben vestiti, che stanno attenti a non fiatare e a non tossire, perché c’è la diretta. Un ragazzo sta accanto al prete e a volte lo interrompe, gli fa cenni, lo dirige come fosse un musicista scoordinato in un’orchestra e, quando si lascia prendere dal trasporto, lo ferma e lo fa ricominciare. “E’ l’incontro con la morte che ci permette di credere nella resurrezione”, dice in questa terza domenica di Pasqua. “Per celebrare i santi misteri, chiediamo sinceramente perdono dei nostri peccati”.

  

Tra un’antifona e l’altra arriccia il naso per tirarsi su gli occhiali. Il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno; sarà predicata nel suo nome la conversione e il perdono dei peccati a tutte le genti. A messa finita chiacchieriamo un po’ da soli, camminando insieme mentre va via. Sommesso ed impacciato, ora svela un’inflessione dialettale che viene dal sud. “Per natura, le mamme sono custodi del mistero della vita. Sono le prime testimoni della vittoria della vita sulla morte, del bene sul male. Ognuna di loro ha dentro di sé la forza e sa che l’ultima parola non ce l’ha la morte, ma la vita che custodisce dentro di sé”.
Mi dedica un sorriso fugace e circospetto. Poi mi saluta con dolcezza.

Dentro, i pianti disperati delle madri abruzzesi mi rimbombano e fanno un rumore assordante.
Fuori, l’odore intenso delle rose rosse mi ricorda che cos’è la consolazione.

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