Storie d’oro e di fango #7: il marciapiede della conciliazione

29 05 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere
  5. Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole
  6. Storie d’oro e di fango #6: le Avemarie non bastano

      

  

“Ho seguito gli sviluppi del devastante fenomeno tellurico dalla prima scossa di terremoto che si è avvertita anche in Vaticano ed ho notato con favore il manifestarsi di una crescente onda di solidarietà grazie alla quale si sono venuti organizzando i primi soccorsi”

dal telegramma di Benedetto XVI del 10 aprile per i funerali di Stato

  

  

Per la Regina Coeli della domenica mattina, Piazza San Pietro si colora di bandiere.
È così che la facciata del Vaticano perde quell’alone di scintillante opacità che avvolge il suo nucleo più interno, quello privatissimo, dove la più segreta banca estera gestisce operazioni finanziarie fuori dagli accordi e dai filtri antiriciclaggio interbancari e internazionali. È un luogo ambiguo che con la luce del sole, varcati i cancelli alti dietro le guardie svizzere, esce dall’anonimato e si tinge di vivacità.

Bandiere e magliette sgargianti. Rosse, verdi, gialle, bianche, rosa, blu. Paesi lontani, gruppi scout, confraternite e parrocchie, cartelloni, stemmi e striscioni: tutto esprime un attonito, ipnotico tripudio. Qui il dolore umano si festeggia: niente afflizione o pena, nessun affanno o patimento. Ognuno è istruito a rimuovere le preoccupazioni dal cuore e ad erigerle come trofei, a gioire insieme agli altri e a sposare quella lieta fede cristiana, imbalsamata e composta.

  

Mentre queste centinaia di colorati turisti della fede fanno file interminabili senza sapere nemmeno bene il perché, giovanissimi ed accigliati poliziotti si accertano che tutti abbiano il pass per entrare: un pezzo di carta color arancio acceso, quasi fosforescente. Chi non lo ha resta fuori dal girone della gioia, senza sedia né sorriso. Le mattonelle in pietra, grigie e quadrate, diventano la base di un puzzle fatto con le tessere della più pura multiculturalità: uomini e donne, vecchi e bambini, occidentali e orientali. San Pietro pullula.

Di Ratzinger puoi riconoscere la voce che arriva dagli altoparlanti, al massimo la chioma al vento che ogni tanto si scorge dentro ai grandi schermi Panasonic. Parla un po’ in italiano e un po’ in portoghese, passa all’inglese, al francese, al tedesco, poi spagnolo e polacco, infine in latino pronuncia l’antifona, che dalla domenica di Pasqua fino alla Pentecoste sostituisce l’Angelus.
La brezza tiepida di aprile raggiunge due suore africane, ne accarezza la pelle nera come la pece e liscia come la seta, fa danzare un poco il velo bianco che hanno sulla testa e passa oltre. Loro non si muovono, lo sguardo rivolto in avanti, in direzione della Basilica. E quando meno me lo aspetto, in coro col Santo Padre ed altre migliaia di fedeli, recitano.

Regina coeli, laetare, alleluia:
Quia quem meruisti portare, alleluia,

Resurrexit, sicut dixit, alleluia,

Ora pro nobis Deum, alleluia.

  

A vegliare su tutto questo è il grande stemma araldico scelto da Ratzinger per il suo Pontificato, un simbolo a forma di calice, dipinto di rosso e d’oro. La conchiglia che vi è incisa rimanda ad una leggenda su Sant’Agostino che esprime l’inutile sforzo di tentare di far entrare l’infinità di Dio nella limitata mente umana. Il bambino della leggenda voleva svuotare il mare con una conchiglia, senza capire l’immensità del mare.

Aprile è tiepido, qui al Vaticano, eppure io sento l’umido del nubifragio. Quello che da settimane ha colpito l’Aquila e che ha allagato le tendopoli senza pietà. Extra ecclesiam nulla salus, diceva Sant’Agostino, Dio sa già chi sarà salvo e chi no, ti puoi sforzare quanto vuoi con le tue buone azioni, ma quel che è scritto è scritto. A meno che non entri in Chiesa, e allora puoi salvarti. Anche se non eri nella lista dei prescelti.

Di fronte a me il dorato stemma, con il suo motto “Cooperatores Veritatis”, i Collaboratori della Verità, e le due chiavi incrociate dietro lo scudo, una d’oro e una d’argento.
Agli aquilani le chiavi non servono più ad aprire le porte, non significano più essere padroni di qualcosa, dal 6 di questo mese maledetto.

  

 

Alzo gli occhi e mi ritrovo qui, come risvegliata da uno strano sogno, in mezzo ai fedeli che come coriandoli ravvivano Piazza San Pietro.
Aprile è un mese intenso per Joseph. È nato il 16, è stato ordinato cardinale vescovo il 15, Papa il 19, consacrato il 24, prima udienza generale il 27. Nel ’44, racconta, riuscì ad evitare la fucilazione come disertore proprio in aprile e nello stesso mese dell’anno successivo la Germania fu sconfitta. Il 2 aprile del 2005 morì Papa Giovanni Paolo II. Un mese denso di significati, non c’è che dire. Tra una cosa e l’altra c’è stato anche un terremoto in Abruzzo e Sua Santità ha deciso di recarvisi in visita prima che questo mese finisca, proprio il 28.

La Santa Sede intende fare la sua parte. Questo è il momento dell’impegno, in sintonia con gli organismi dello Stato che già stanno lodevolmente operando. Solo la solidarietà può consentire di superare prove così dolorose”.
Erano le sue parole che dal suo regno arrivavano agli abruzzesi durante i funerali di Stato del 10 aprile, in un’Italia in lutto. “Affido alla Vergine Santa persone e famiglie coinvolte in questa tragedia e attraverso la sua materna intercessione chiedo al Signore di asciugare ogni lacrima e di lenire ogni ferita mentre invio a ciascuno una speciale confortatrice benedizione apostolica”.

Poi aveva proseguito il suo segretario personale dicendo che “oltre agli oli sacri che il Santo Padre ha benedetto ieri nella Basilica di San Pietro egli offre il calice con cui viene celebrata la Santa Messa in segno di omaggio alla comunità cristiana e di spirituale partecipazione al dolore dei familiari delle vittime del terremoto e dell’intera città”.

Suvenìr of the Pope! Suvenìr of the Pope!” annuncia senza stancarsi Orlando, da dietro la sua bancarella apparecchiata di oggetti sacri. “Se non ti piace questo Papa dietro c’è quest’altro, solo cinque euro!” ripete come un disco incantato da decenni. Il suo amico Antonio, più sommesso e silenzioso, sorride. Mi dicono che questo papa non piace a nessuno, che se non ci fosse l’immagine di Giovanni Paolo II dietro non venderebbe nemmeno un rosario, che però si sta bene a lavorare sul marciapiede di Via della Conciliazione e non dover pagare le tasse, a scendere dal marciapiede e ritrovarsi a casa.

Orlando ha gli occhi blu ed un naso grande, la parlata romana ed il sorriso incattivito. “Era ora che si decidesse ad andare a L’Aquila!” mi dice. “Berlusconi c’è andato subito, lui dov’è?” Poi fa un sospiro e ricomincia la cantilena. “Suvenìr of the Pope! Suvenìr of the Pope!
Prima di salutarlo voglio provare l’ebbrezza di tenere un piede sulla strada ed uno sul marciapiede, uno a Roma ed uno in Vaticano.
La gente, a maniche corte ed occhiali da sole, mi ignora e passa.

  

Giovanni invece sta dentro la piazza ed è più anziano, lui i papi li ha conosciuti tutti, ci tiene a precisare. Ha un sorriso stampato sul viso e a vederlo all’opera mette allegria. Ma in un secondo diventa una belva e la sua luminosità si pietrifica in un’espressione di fuoco. “Ci lavoro da così tanti anni che ho visto ognuno di loro. Ma questo papa lo odiano tutti” mi giura. Gli occhi gli si fanno rossi e continua a ripetere il concetto come se non lo avessi capito bene. Un brivido mi corre lungo la schiena.

Che sarà mai, un Papa un po’ meno carino degli altri, gli chiedo con l’espressione del viso. E la sua risposta mi lascia senza parole.
Lo sanno gli italiani e lo sanno gli stranieri. Lo sanno tutti, è scritto sui libri. Questo papa è nazista!
Beh, non esageriamo. Joseph partecipò alla Gioventù hitleriana e al programma Luftwaffenhelfer, fu addetto al caricamento nel reparto di artiglieria contraerea e in quello delle intercettazioni telefoniche, diede il suo supporto al Führer negli scavi di trincee e nelle marce cantate per sollevare il morale della popolazione. Ma da qui a dire che un papa è nazista, suvvia…

 

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