Storie d’oro e di fango #5: con la luce del sole

21 05 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale
  4. Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere

      

  

Ciò che vi dico nelle tenebre ditelo in piena luce, ciò che vi si dice negli orecchi predicatelo dai tetti.

Matteo [10,27]

  

  

Occhiali da sole, borsetta e ciabattine.
La domenica mattina, con la luce del giorno, la Città Stato ha un’aria completamente diversa, da celebrità eccentrica. Una via di mezzo tra il Festival di Cannes e un centro commerciale, in cui ci si sente tutti fan e clienti insieme, e se si è fortunati, tra un controllo delle forze dell’ordine ed una cacca di piccione sulla giacca, si può acquistare un rosario e contemporaneamente ascoltare la voce di Benedetto XVI dai due mega televisori Panasonic installati di fronte alla Cupola.

Ti aspetti preghiera e raccoglimento, il settimo giorno della settimana nel cuore della Santa Sede. E invece no. Tra centinaia di macchine fotografiche digitali, posti riservati ed una quindicina di pullman granturismo parcheggiati sotto al colonnato, la prima cosa che ti accoglie come un pugno in pancia è la mastodontica campagna pubblicitaria della compagnia telefonica Wind in Piazza San Pietro. Una campagna discreta, tanto da rendere impossibile fotografare la piazza senza che almeno uno dei due cartelloni ci caschi dentro, riprendendo sfacciatamente la geometria dell’obelisco e della Basilica.


Il Vaticano è un altro luogo. Se ne accorgono anche i turisti, unici visitatori indiscussi del luogo, molti dei quali sono essi stessi clericali che arrivano da ogni parte del mondo. La frontiera esiste ed è visibilissima: la puoi riconoscere tra l’anarchica italianità della fermata del tram a pochi passi dalle mura e la timorosa sottomissione con cui poi, sotto gli archi, si aspetta il proprio turno per varcare i metal-detector. Il corridoio doganale è via di Porta Angelica, che ti trasforma mentre cammini come fosse un rito di iniziazione, una conversione forzata contemporaneamente al timor di Dio e al consumismo cattolico.

  

Questa piazza ha un giro d’affari di cinque miliardi di euro l’anno.
Gli immobili di proprietà vaticana hanno prodotto nel 2007 un reddito di oltre 36 milioni di euro, che si sommano ai 33 milioni di investimenti finanziari e ad altri 19 milioni che vengono conservati in oro. Immersa nell’antitesi della cristianità, mi ritornano in mente le parole di un prete che qualche anno fa pubblicò un critica dall’interno, restando anonimo. “La finzione, in Vaticano, diventa una seconda natura, che ha lo scopo di dominare la prima”.

Alcuni abruzzesi si sono dispiaciuti che il Papa non si sia ancora recato laggiù, a sporcarsi le mani con il loro dolore. Che non sia andato personalmente ai funerali del 10 aprile, a guardare con gli occhi la loro tragedia. Ha invece mandato un messaggio tramite il suo segretario, Monsignor Georg Gaenswein. “Carissimi, appena possibile spero di venire a trovarvi. Mi sento spiritualmente presente in mezzo a voi per condividere la vostra angoscia”, aveva mandato a dire.
Il telegramma inviato dal segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone a Gaenswein diceva: “Affido al mio segretario personale il compito di recarvi di persona l’espressione della mia accorata partecipazione al lutto di quanti piangono i loro cari travolti dalla sciagura”.
Sì, qualcuno c’è rimasto un po’ male. Evidentemente, però, questi fedeli pretenziosi e viziati non sono mai stati al Vaticano, perché altrimenti avrebbero visto che anche qui quasi nessuno è degno di vederlo dal vivo, se non da molto lontano o da un mega schermo.

Oggi è passata la Settimana Santa, Pasqua e Pasquetta, e la Regina Coeli procede indisturbata tra monetine, flash e microchip. Ognuno è solo, in questa piazza gremita, ognuno è lontano dalla realtà almeno quanto lo è dal proprio dio. L’ingresso principale è controllato da tre guardie svizzere vestite di blu da capo a piedi e c’è un gran traffico di macchinoni Audi, Alfa Romeo e Mercedes, entrati chissà dove da dietro le quinte. Escono dai cancelli altissimi in via di Porta Angelica, come inviati speciali nel regno dei primi, tornati per dimostrare che in fondo, dentro il Vaticano, qualcosa c’è davvero.

Un uomo sulla cinquantina fa la sua comparsa con aria importante e quando varca la soglia del cancello lasciandosi l’Italia alle spalle, tutte le guardie svizzere stanno sull’attenti con estrema reverenza. Ha il colletto bianco e la chierica, il passo deciso ed una cartella nera sotto il braccio. È stempiato e ha il doppio mento, respira come se facesse fatica a tenere i pensieri dentro la testa e ha due borse scure sotto gli occhi. Sembra umano, anche se molto teso. Ma quando provo a parlargli dell’Abruzzo mi risponde con una smorfia diabolica e annuncia che, “per questioni d’ufficio”, non può parlarne.

Suora Lina, invece, mi sorride e muove le mani nervose. “Non ho mai tempo di vedere i telegiornali – ammette – ma credo che nonostante il dolore sia forte e rimanga, chi ha la fede supera tutto. Anche se è difficile da accettare, perché non possiamo capire i disegni di Dio”.
Ha il naso a patata, suora Lina, la fronte coperta dalla fascia bianca che tiene sotto il velo nero, sotto la larga veste intravedo i piedi piccoli e quando parla tocca la borsa a tracolla. Mentre fa molta attenzione ad attraversare sulle strisce pedonali e si dirige verso via dei bastioni di Michelangelo, mi augura una buona domenica e sparisce nella folla, parlando al cellulare.

Padre Franco e Suora Dina, all’inizio, restano scettici all’idea di parlare con me. Poi lei scherza sulle mie origini a partire dal colore degli occhi, dei capelli e della pelle, e qualcosa nel mio accento stimola ricordi positivi anche nella mente di lui, che mi dice: “Ma scusa, noi è normale che ti diamo la versione ufficiale!”. Ha delle belle rughe sul viso e mi sorprende con la sua schiettezza. Mi spiega che il Papa non è potuto andare a L’Aquila perché avrebbe intralciato il lavoro della Protezione Civile; che i funerali di Stato sono funerali dello Stato Italiano e che quindi era importante che ci fossero gli esponenti del governo e non del Vaticano, evitando così che si venisse a creare una situazione di contrapposizione tra autorità; che la comunità cristiana sta aiutando per la ricostruzione in Abruzzo in molti altri modi – senza dirmi però quali.
Tutto questo – mi dice – esprime la prudenza della Santa Sede”.

Intorno a noi solo turisti e polizia, minigonne e talari lunghi fino ai talloni, passeggini, croci al collo e gelati. Il caldo è appagante anche se è appena primavera, il sole splende.
E comunque, aggiunge la suora pugliese, non è corretto dire qualcosa prima che il Papa vada a L’Aquila. “Sarebbe molto meglio parlarne dopo”…

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3 Comments

  1. Valeria sto leggendo il tuo bellissimo reportage. Da web designer c’è una cosa che devo assolutamente dirti: questo testo bianco su fondo nero mi sta distruggendo gli occhi!!!

  2. Io questi “disegni di Dio” non li capirò mai…

    Mi è venuta in mente la frase detta dalla mamma in lacrime di un caro amico morto sotto le macerie al prete che cercava di consolarla invano:”…Ma io non volevo disegnare niente!”

  3. Ciao Vale, bello quello che scrivi e decisamente nella corrente del mio pensiero i tuoi Block quotes.
    Personalmente il tuosondo nero mi piace, tra l’altro salva lo schermo dall’usura e risparmia energia 🙂
    Buon tutto !

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