Storie d’oro e di fango #4: il Signore fa morire e fa vivere

17 05 09 by

Leggi prima:

  1. Storie d’oro e di fango #1: l’Abruzzo un mese dopo
  2. Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso
  3. Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale

      

  

Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria. Perchè al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo.

Cantico di Anna
[2,1-10]

  

  

All’inizio sembra uno scherzo. Poi è come una scossa di vita sotto i piedi, come una scossa di morte dentro il cuore. È come una notizia non voluta, come la risposta brusca di chi ami, come uno sbalzo d’umore che ti dà alla testa.
È come cambiare idea. All’improvviso, su tutto quanto.

Tony non c’era, quella notte. Erano una quarantina, tra lui e i suoi compagni di classe, arrivati nelle coste intorno a Barcellona per la gita dell’ultimo anno, insieme a due professori dell’istituto professionale aquilano Colecchi. Quella notte se la spassavano al Disco Tropics di Lloret de Mar scongiurando l’arrivo della maturità, agitandosi e saltando ad occhi chiusi, sudati, mentre tutta la loro città ballava insieme a loro senza musica.

È stato di Chiara il primo sms, alla scossa delle 23, ma è tutto a posto, diceva, siamo usciti fuori, e non è successo niente, e così loro sono tornati a ballare. Poco dopo l’una e mezza è arrivato qualche altro timido messaggio su cui terrore e rassicurazione, mescolati come nel cocktail di un esperto barista, hanno smorzato un po’ i toni della baldoria. Dopo le tre e mezza tutti i cellulari hanno cominciato a squillare e allora il panico si è fatto più insistente. Un disastro, dicevano adesso gli sms, rapidi e brevi come fulmini. Illuminavano la pista e squarciavano gli sguardi come le luci al neon per le vie di Lloret de Mar, come saette in un cielo senza stelle.

  

Intanto su L’Aquila si scatenava l’inferno. Non è stato un terremoto normale, ti senti dire. “Non è stata solo la terra a muoversi, ma qualcosa di più grande sotto di lei, perché si è sentito un rumore fortissimo, come un boato di guerra” mi dice Elisa, con gli occhi verdi lucidi ed i capelli di un nero corvino. “Mi ricordo la scritta 3:25 nella sveglia sul comodino e mio fratello che è venuto a prendermi di peso dalla mia camera, perché guardavo fisso nel vuoto senza muovermi”.

Poi solo gli allarmi degli antifurti delle auto, i cigolii delle ringhiere nelle case e l’abbaiare dei cani angosciati, sotto un’enorme nuvola bianca che copriva l’intera valle. “Noi la vedevamo dall’alto della montagna di Pianola e pensavamo fosse scoppiato un incendio contemporaneamente al terremoto – mi dice Mara – ma poi ci siamo resi conto che non era fumo. Era la polvere dei palazzi che crollavano. La città cadeva a pezzi e faceva un polverone tutto intorno”.


Tony non li aveva mai visti piangere, i suoi compagni di classe, persino i maschi, persino quelli più tosti. Quelli che ballavano al Tropics tutte le notti fino all’alba per godersi gli ultimi giorni da studenti. Le autostrade sono chiuse, diceva per telefono la Protezione Civile alla professoressa di educazione fisica in preda al panico, vi consigliamo di non tornare. E non sono tornate, le classi quinte dell’istituto professionale, combattute tra il bisogno di stringere forte a sé i propri cari e lo spirito di sopravvivenza che le attirava, come una forza centrifuga, il più lontano possibile da quella loro terra senza pace.

In mezzo c’era il mare a risparmiarli, ad attutire i rombi e i colpi, e se non fosse bastato il Mediterraneo c’era persino la Corsica a fare da scudo. Eppure loro li sentivano lo stesso, dentro la pancia, gli scossoni che stavano uccidendo la loro splendida città. Mille paure e altrettanti pensieri viaggiavano alla velocità della luce sulle frequenze delle linee telefoniche tra Italia e Spagna, legate a doppio filo da una questione di vita e di morte, fino all’alba.

Sussultorio e ondulatorio insieme, è stato il ballo della terra quella notte.
Monica ha quattordici anni e non ricorda più niente di ciò che è stata la sua vita prima del 6 aprile, neppure le materie che ha studiato per l’esame di terza, nella scuola media Mazzini che ora non esiste più. “Se sono viva è solo grazie a lui” mi dice a voce bassa e senza vergogna, guardandomi dritto negli occhi. Non ha nemmeno bisogno di nominarlo e la sera, quando prega prima di provare a prendere sonno nella tenda, non gli chiede di far smettere la pioggia che infanga fino all’anima, né di poter tornare presto ad una vita normale. “Non chiedo niente. Ringrazio e basta: sono viva per miracolo” mi confida. “La mia casa è completamente da demolire e i vigili del fuoco dicono che se il terremoto fosse durato anche solo cinque secondi di più, ci sarebbe crollata in testa”.
Non si ricorda più niente, Monica dagli occhi vispi, niente che abbia un senso ricordare. Solo, ogni tanto, gli si ripresenta nella mente, nitida come fosse appena accaduta, la scena dell’armadio che le è piombato sul letto, mentre dormiva.

Comincia così, con un ballo mortifero ed imprevedibile, la Settimana Santa in Abruzzo. Proprio quel lunedì. Proprio nel giorno in cui la Chiesa Cattolica ricorda con estrema solennità e contemplazione il tradimento di Giuda, che fece arrestare Gesù dai soldati in cambio di trenta monete d’argento.
Proprio in quel giorno gli abruzzesi sono stati traditi dalle loro stesse case, dai soffitti e dalle travi. Dai politici e dai costruttori che per trenta monete, o giù di lì, hanno preferito mandarli a morte.

  


Il Signore fa morire e fa vivere.
Chissà però se i traditori, questa volta, siano andati ad impiccarsi sul ciglio di un dirupo, come fece l’Iscariota in quella fatidica notte di due millenni fa…

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1 Comment

  1. Chiudi in maniera forte, e per carità, ci sono mille motivi per farlo.
    Ma secondo me non è tutto così semplice, bianco o nero: esiste la corruzione, ma fa scandalo solo quando “ci scappa il morto”. Poi, per le cose più spicciole, siamo noi i primi a cercare, ad arrangiare, a sussurrare, a complottare. Chi è senza peccato, diceva quel tipo lì, scagli la prima pietra.
    Non voglio giustificare, o difendere: solo, far notare che tra una colpa, e un cappio al collo, c’è forse una grande distanza, non sempre facile da capire o da accettare.

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