Storie d’oro e di fango #3: una fede extraterritoriale

13 05 09 by

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È di notte che la solennità della Città Stato si misura con se stessa. L’ingresso sempre affollato dei Musei Vaticani adesso è un enorme portone buio, circondato solo da pini altissimi, e stelle. Risalendo il viale Vaticano e superando il curvone la frontiera si fa più sottile, stretta in pochi centimetri di marciapiede.

Nel punto più sporgente della curva a gomito, per non rischiare di essere investiti dalle auto che ogni tanto sfrecciano verso Piazza del Risorgimento, bisogna stringersi sul ciglio dei due Stati, aderendo bene alle mura con tutto il corpo. A quest’ora sono gelide, come le mani fredde di chi non ha una casa, ed emanano un’umidità spietata che mi si appiccica ai vestiti.
Chiudo gli occhi: è qui che la frontiera tra Italia e Vaticano si assottiglia, mentre il circondario romano e la Santa Sede tornano a parlarsi, nel silenzio della notte. Le luci tutte vicine delle case sotto il colle, nella valle di zona Cipro, rendono questo colloquio ancora più romantico.

Dall’altro lato del viale quello che si vede non è un semplice marciapiede con degli ingressi, ma una sfilata. Palazzi immensi e regali, mastodonti dell’architettura e dell’edilizia, si compiacciono della propria maestà, semplice e lineare.
Una cristianità di gran classe, si direbbe. E sebbene si tratti di una via di Roma, molti di questi edifici confinanti col respiro della Città Stato sono proprietà extraterritoriali. No, non ultraterrene, ma extraterritoriali.

Che non significa che siano tanto celestiali ed immateriali da non occupare nessuno spazio, né che rappresentino una tale cristiana privazione da non interferire con i bisogni terreni con cui gli umani peccano. Si tratta semplicemente di immobili – pregiatissimi – che non ricadono sotto la giurisdizione dello Stato in cui si trovano (chiamato “Stato ospitante”, in questo caso l’Italia), ma sotto quella dello Stato di cui essi sono organo. Autolimitazione di sovranità, la chiamano.
Ed è grazie a questo particolare meccanismo che lo Stato della Città del Vaticano arriva dagli 0,44 agli oltre 10 chilometri quadrati di territorio effettivo, comprensivi delle zone extraterritoriali presenti nei comuni di Roma, Castel Gandolfo, Pompei, Assisi, Loreto e Padova.

Una zona poco franca, quindi. Inviolabile.
D’altronde è un vizio del Vaticano non stare alle regole internazionali e volersi sempre distinguere, nel bene e nel male. È contemporaneamente lo Stato più piccolo e più ricco al mondo, l’unico in cui non basti nascere per avere la cittadinanza ma i cui cittadini sparsi per il mondo sono molto più numerosi di quelli residenti; l’unico in cui nessuno – nemmeno da residente – può avere una proprietà privata e in cui esiste un eliporto ma non un servizio di trasporto pubblico. È l’ultima monarchia assoluta in Europa, di tipo elettivo e retta da una teocrazia, ed è l’unico Stato al mondo ad essere stato dichiarato per intero Patrimonio dell’umanità. È pure l’unico Stato in Europa a non aver firmato il Protocollo di Kyoto né la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Ma è anche l’unico Paese al mondo, finora, ad essere “a impatto zero”, grazie ai suoi boschi, ai suoi impianti fotovoltaici ed alla sua raccolta differenziata al 42%.


Il viale Vaticano di sera è davvero muto e inerme. Lo ripercorro a ritroso, questa volta sul suo lato opposto, quello più lontano dal confine, e mi ritrovo ipnotizzata dall’imponenza degli edifici. Ognuno di essi è talmente grande che dura diversi minuti di cammino: cancelli alti tre metri, regali finestre sprangate e telecamere onnipresenti, palme enormi nei cortili curatissimi e viste mozzafiato dagli attici che danno sulla Città blindata. Potrei deliziarmi gli occhi con il gusto classico ed il lusso sfacciato di queste residenze, se non avessi un nodo in gola che mi fa male. E’ in Abruzzo che torna il mio pensiero, severo e martellante, e il masochismo del mio sguardo si fa indignazione ad ogni passo.


La Chiesa delle sorelle di Santa Maria, luogo sacro di frontiera, dura fino al numero settantuno, che ospita l’Istituto delle Suore Maestre Dorotee fino al numero novanta, su cui a sua volta è inciso il nome dell’Istituto Maestre Pie dell’Addolorata Curia Generalizia – che evidentemente ha trovato un modo per consolare il suo dolore. Proseguo esterrefatta fino alla grande residenza delle Piccole Suore della Sacra Famiglia. Dura fino al numero novantaquattro e quindi forse, queste suore, tanto piccole non devono essere.
Dal novantasei in poi cominciano i bed & breakfast, gli alberghi, i ristoranti e i bar. Di fronte al Café Vaticano una fontanella senza rubinetto continua a sputare acqua buona, inconsapevole di cosa possa essere la sete, e mentre mi lascio alle spalle colossi di cemento e mattoni, mi riavvicino all’ingresso del Vaticano.

La guardia svizzera di turno è un piacevole ragazzo belga, moro e con la carnagione chiarissima. Per fermarmi, col suo italiano effeminato dall’accento fiammingo, non mi dice signorina, lei non può entrare, ma qualcosa di ben diverso. Annuncia che “il Vaticano non è uno Stato pubblico” ed accenna un piccolo sorriso, come se fossi stata sciocca a non pensarci prima ed arrivare fino a lì. Chissà se qualcuno lo ha mai detto ai rappresentanti dell’UNESCO, prima che lo dichiarassero patrimonio comune dell’umanità.


Ora, con la luna a masticare nuvole di zucchero filato, dormono tutti.
Dormono i rappresentanti dell’UNESCO a Parigi, dormono gli abruzzesi nelle loro tende ed i volontari che sono lì con loro, dormono i colletti bianchi, i poliziotti ed i piccioni, che si preparano alla scorpacciata di domani in Piazza San Pietro.
La Regina Coeli della domenica mattina…

 

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2 Comments

  1. bel blog, ti ho scoperto tramite kay, di cui sono link utile.
    che dire del vaticano. ci impone i suoi dictat, facendo diventare la fede qualcosa che va oltre lo spirito, per diventare riferimento degli italici comportamenti socio-politici.
    saluti,
    angelo d’amore

  2. ciao angelo, grazie di essere passato e complimenti per il tuo ultimo post 🙂

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