Storie d’oro e di fango #2: alla frontiera del paradosso

11 05 09 by

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La notte del Vaticano è più buia delle altre notti, più scura e silenziosa. Camminando lungo il bordo del suo perimetro si sente qualcosa di forte, come il respiro collettivo della città Stato che si gonfia e si sgonfia al sospirare del vento, ed ogni movimento, qui, si fa pesante di Storia. La notte del Vaticano è muta e inerme, le strade sono esauste per aver subito l’invasione dei turisti durante il giorno ed ora si liberano, sbuffano, fanno sentire chiunque di troppo, pesanti intrusi, spiati.

Lasciata Piazza del Risorgimento tutto assume un altro aspetto in confronto alla capitale, la politica del sospetto si insinua tra i mattoni e nei nomi delle vie fino a circondare, come in un abbraccio che soffoca, le case attorno alle mura, tempestate di telecamere indiscrete. Il mistero si taglia a fette. Ogni metro quadro, ogni palo della luce, ogni cancello custodisce segreti indecifrabili, ma per quanto ci si sforzi per identificarli non ci si riesce, perché il silenzio zittisce ogni rumore.


Qua e là, gialle della luce dei lampioni, si intravedono ombre. Sono quelle dei preti e delle suore, i residenti che tornano alle loro dimore sicure camminando a testa bassa, soli nella loro promessa di fede. Dopo il tramonto ridiventano uomini, ridiventano donne, fragili e terreni. Qualcuno va a passo svelto con le buste del supermercato GS, un ragazzo alto e grosso aspetta qualcuno all’angolo della piazza con il cellulare in una mano ed un rosario nell’altra. Spogliati della protezione del giorno e capitati sotto la giurisdizione del diabolico, dell’errore e del caos, cercano di non svelare la paura per il buio profondo che inghiottisce ogni loro passo.

Sono per lo più stranieri: francesi, tedeschi, persino orientali e africani. I romani convivono dentro la loro città con questo Stato tanto particolare e dalle caratteristiche uniche al mondo, grande 0,44 chilometri quadrati e fatto di oltre tremila curiali, circa ottocento residenti e cento guardie svizzere – un Corpo che ha il valore giuridico del Reggimento – nonché di un’università, un casa editrice, un giornale, una televisione, una radio, una tipografia e tre istituti finanziari. Tutto ben preposto a divulgare, nella maniera più efficace possibile, la parola di Gesù Cristo – che, se per caso ve ne foste scordati per un attimo, predicava pietà, misericordia, privazione.

  

Ci sono molti Stati fondati su un paradosso, nel mondo, e il Vaticano è uno di questi. Mentre ci penso, cammino a passo lento tra il profumo dei gelsomini in fiore e il vento gelido delle notti di aprile, ipnotizzata dalle mille contraddittorie sfaccettature di questo luogo denso, emblema del sacro, dello storico, del geopolitico e del finanziario insieme. È da qui che parte il mio viaggio nell’ombelico d’Italia, martoriato dal terremoto, mortificato dall’avidità di alcuni uomini e nobilitato dal grande cuore di altri.

Risalendo il viale dei bastioni di Michelangelo mi fermo un po’ a parlare con un seminarista francese, con i capelli color del grano ed uno zaino in spalla. Julien mi parla a bassa voce, un po’ in inglese e un po’ nella sua elegante lingua, nemmeno una parola di italiano. Qui non siamo in Italia, anche se la frontiera è vicina, anche se questa zona si chiama “extraterritoriale”. Siamo coetanei, eppure non riesco a metterlo a suo agio ed ho come l’impressione che forse, con un’italiana, non ci aveva mai parlato.
Mentre lo ascolto mi rendo conto di una cosa: crede davvero che Vaticano e Italia non abbiano nulla da spartire l’uno con l’altra nonostante le loro vicende siano legate a doppio filo, e non solo per una questione geografica. Camminando per queste strade nere mi accorgo che, per una serie infinita di bizzarri e contraddittori dettagli, si tratta di due entità contrapposte ma inseparabili, come coniugi che non si parlano ma dormono nello stesso letto, che si amano e si odiano reciprocamente, come separati in casa che condividono tutto anche se non vogliono ammetterlo nemmeno a loro stessi.

  

Nonostante il nome, la capitale, la forma di governo e le lingue parlate siano differenti, infatti, lo Stato della Città del Vaticano riceve ogni anno dall’Italia un consistente supporto economico nel nome della cosiddetta Convenzione Finanziaria allegata al Trattato Lateranense del 1929, compreso un significativo numero di agenti delle forze dell’ordine che, sebbene siano assunti dallo Stato Italiano, operano all’interno del territorio vaticano – senza nemmeno sapere cosa stia dietro a questa singolare dinamica. Per non parlare del fatto che il sovrano dello Stato Vaticano coincide non solo con il Vicario di Cristo in Terra, ma anche con il vescovo di Roma e con l’arcivescovo d’Italia.

Julien ha la pelle chiara e lo sguardo innocente, anche se a stargli vicino ho la sensazione che emani un leggero odore di alcol, che ad ogni folata di vento si mischia al profumo d’erba bagnata sui mattoncini freddi delle mura di frontiera. “Il Papa rappresenta una figura di rilievo in tutto il mondo” mi dice. “Ma nonostante parli a livello mondiale, ha inevitabilmente una relazione di estrema vicinanza con l’Italia, e quindi con le sue vicende”. Gli sorrido augurandogli un buon ritorno alla sua calda ed accogliente dimora, mentre ripenso alla mattina del 6 aprile, quando, dopo il disastro notturno che ha raso al suolo L’Aquila e dintorni, quello stesso Papa pronunciava con “grande gioia” un discorso ai giovani dell’arcidiocesi di Madrid. “In questi giorni così belli della Settimana Santa, che abbiamo iniziato ieri, vi incoraggio a contemplare Cristo nei misteri della sua passione, morte e resurrezione” aveva detto ai ragazzi spagnoli. Ripenso al giorno dopo, e al giorno dopo ancora, e alla Domenica di Pasqua. Oggi sono passati venti giorni e gli abruzzesi, dignitosi e fedeli, non lo hanno ancora visto né sentito.

Mi ritrovo davanti a ciò che resta della Porta Angelica, un tempo ingresso nelle mura Leonine, – protettrici del Colle Vaticano e della Basilica, dai musulmani – ed abbattuta nel 1878. Ciò che resta sono due angeli alati che tengono, ciascuno, una grande croce con la mano destra, ed un’iscrizione incastonata che recita “Angelis suis mandavit de te ut custodiant te in omnibus viis tuis”. Il profumo di gelsomino si fa più intenso. Gli angeli ti sono stati inviati perché ti custodiscano in ogni tua via, sussurro tra me, così non mi fermo, e proseguo.

 

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6 Comments

  1. Bella atmosfera, belle foto. Continua così. 🙂

  2. Io vedo quello che hai scritto e sento quello che hai sentito, perché sei riuscita a (s)cambiare a parole, nel frammento di un gesto, nelle scaglie di un pensiero, i miei occhi di lettore con i tuoi di giornalista.

    Occhi che, una volta sollevati dalle righe, comunque non sono più gli stessi.

    Anch’io ti dico: continua così. Continua a sentire e a fare “tuo” quello che vedi. Continua a viverlo, prima di raccontarlo.

  3. Mirko

    Quando vengo qui sul tuo blog per leggere ciò che scrivi, non lascio mai commenti, perchè resto senza parole. Però posso dirti una volta di più che sei dotata di un grande talento, nella fotografia come nella scrittura. E la cosa più bella è che migliorerai ancora! Come detto sopra, continua così!

  4. Questo pezzo sull’abruzzo forse è scritto ancora meglio del primo e non ti facevo così cinica verso la chiesa, la parte sul seminarista francese e della strada buia e silenziosa è notevole per come hai reso l’atmosfera, sicura di voler fare la giornalista e non la scrittrice?

  5. Grazie Matteo e grazie Mirko!

    Carlo ci sono diversi modi per fare giornalismo: il reportage, ad esempio, si serve molto dello stile narrativo che è proprio della letteratura.

    Se fare la giornalista significa bussare nei finestrini delle macchine degli sfollati o mascherarsi da preti per entrare nelle loro tende (come purtroppo è accaduto), allora sì, voglio fare la scrittrice… 🙂
    Grazie dei bellissimi complimenti!

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