Roma, 25 aprile: reportage dall’Italia che ricorda

1 05 09 by

Credevamo fossero spariti.

Risucchiati dal tempo e dallo spazio, ritornati ad altre Storie o emigrati verso nuovi e più vivibili territori. Li credevamo partiti, anzi, mai esistiti. E invece c’erano allora e sono ancora qui tra noi, come fantasmi dalle mani erose e consumate, come spiriti incantati che si aggirano senza più punti di riferimento, angeli maledetti dallo sguardo fiero e perso, attoniti.

  

Sono donne e uomini bizzarri, dirà qualcuno, bambini stregati, signore rese matte dalle rughe profonde e vecchi visionari, adolescenti sballati – e sbandati – e stranieri, persino, forse costretti a sognare da qualche spietato padrone. Un corteo di poveri illusi senza niente di meglio da fare, dirà qualcuno, inascoltati ed invisibili, muti.

Eppure non sono trasparenti. Indossano abiti dai colori sgargianti ed hanno sguardi taglienti come le parole di una condanna. A prima vista non hanno niente in comune l’uno con l’altro, tutti ben distinti e diversi per età, sesso, religione, colore della pelle, visi, voci. Ma a guardarli bene qualcosa che li unisce la si vede, e chiaramente: hanno buona memoria.

Nell’Italia dei quiz e delle veline, dove i telecittadini dimenticano da un giorno all’altro i fatti, i conti e le promesse – senza peraltro riuscire a distinguere quest’ultime dai primi – e dove l’ippocampo del teleitaliano medio ha le pile scariche, loro ricordano. Non possono dimenticare e sono allergici ai concorsi a premi, alle mazzette ed alle raccomandazioni, sentono prurito a sentir di inciuci, caste e lodi alfano, ed hanno deciso di spostarsi, di tenere le distanze da chi non li vede e di manifestare pacificamente contro l’oblio.

Forse non hanno abbastanza memoria a lungo termine per tenere a mente quel 25 aprile della pace tra il Regno d’Aragona e la Repubblica di Pisa, quello in cui è morto Papa Benedetto XII o quell’altro in cui è nato Guglielmo Marconi. Ma ne tengono uno nel cuore, di 25 aprile, quello delle grida e delle lacrime, dei canti e delle speranze. Il 25 aprile della liberazione, la chiamano, e su quel giorno, da 64 anni, si fonda la nostra Costituzione, bella e tormentata.

Sono donne e uomini come noi, che sorridono e cantano ma soprattutto ricordano, cioè riportano nel cuore, le vittime ed i martiri del nazifascismo, i superstiti dei campi di sterminio e le migliaia di partigiani che combatterono per una nuova Italia. Ri-cordano ed insieme si re-accordano, fanno vibrare le corde del cuore all’unisono nello stesso modo in cui lo avevano fatto in passato, quando la gente era ancora disposta ad indignarsi.

Roma, 25 aprile 2009. Porta San Paolo si colora di nuovo, e brilla. Il sole bacia i (ri)belli.

 

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