Internazionale a Ferrara #10: Inviati al fronte di guerra

19 12 08 by

Il reporter di guerra è stato al centro dell’incontro “Informazione. Dai nostri inviati al fronte“, durante il quale lo scrittore Antonio Scurati ha intervistato Jon Lee Anderson, giornalista statunitense, Jason Burke, chief reporter dell’Observer di Londra e Åsne Seierstad, giornalista e reporter norvegese, autrice del best seller “Il libraio di Kabul“.


Ha introdotto Scurati con una data cruciale per quanto riguarda il reportage di guerra: il 17 gennaio del 1991. Fino ad allora il giornalismo che era nato nell’Ottocento non arrivava fino alla guerra, che veniva raccontata solo dai combattenti o, peggio ancora, dall’aristocrazia dei Paesi coinvolti, che avevano più dimestichezza con i giochi di potere.

Dopo quella notte fatidica, in cui il mondo poté guardare in diretta tv il bombardamento di Baghdad durante la Guerra del Golfo, tutto cambiò. E l’evento spartiacque, dice lo scrittore, ha dato il via al racconto in diretta della guerra, dal luogo in cui accade fino ai divani di casa nostra.

Jason Burke, con il suo stile di narrazione così informale e spiritoso, ma allo stesso tempo serio ed acuto, ha divertito la platea con i complicati meccanismi a cui deve sottostare il reporter per poter fare il suo lavoro, che va dal trovare i biglietti per il viaggio, al salvare la pelle, fino all’avere a che fare con le deadlines della redazione.

La bellissima Åsne Seierstad, personalmente mi ha sorpresa. Molto, e positivamente. E’ stata una grande emozione constatare di persona quello che già pensavo, e cioè che il reportage è un’attività che la donna, per natura, svolge con più naturalezza, sensibilità e passione rispetto al suo collega del sesso opposto. Per natura, credo: curiosità e sensibilità sono alla base di questo mestiere. Ed è straordinario come il cosiddetto “sesso debole”, una giovane dai lineamenti dolci e con gli occhi da ragazza indifesa, possa essere in realtà così forte, e nascondere una grinta e un’attenzione alle passioni umane non facili da trovare.

Jon Lee Anderson ha spiegato in modo eccezionale il suo essere stato – anche – reporter di guerra, affermando che si tratta di una forte attrazione per andare dove la storia si costruisce. Ma si tratta comunque, spiega il giornalista statunitense, di una professione che a lungo andare porta alla patologia, perchè non si può stare tutta la vita in guerra da una parte all’altra del mondo, sempre alla ricerca di combattimenti e devastazione.

Viviamo in un mondo in conflitto, dice, e vogliamo persone che osservino e che ci raccontino la verità. Ma una cosa è certa: il reportage non è fatto di news, ma di storie. Di riportare fatti, non ne vale più la pena, dal momento che esistono reti di informazione internazionale che in un batter d’occhio li diffondono in tutto il pianeta. Ma le storie delle persone, queste sì, hanno valore.

Related Posts

Tags

Share This

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *