Internazionale a Ferrara #6: Il Tibet prega per la Cina

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Un difficile dialogo, quello tra lo scrittore cinese Yu Hua e il lama tibetano Ghesce Tenzin Tenphel, dal nome “Asia. Il Tibet prega per la Cina“. Un incontro moderato da Liliana Cardile di Internazionale nella magica atmosfera della Sala Borsa di Ferrara, con l’installazione “Vittime” realizzata dalla redazione di Colors Magazine a fare da sfondo.


Come omaggio in onore dell’amico cinese, il lama ha aperto l’incontro “Asia. Il Tibet prega per la Cina” con un dono, la tradizionale sciarpa bianca in segno di rispetto e solidarietà, avvolta al collo di Hua come una speranza. Un momento di intensa commozione per gli spettatori, che erano accorsi fino a lì da tutta Italia per vedersi compiere il miracolo della pace. Una speranza presto delusa dalla realtà, in cui il popolo tibetano continua a gridare in silenzio, chiedendo spiegazioni alle ingiustizie subite, e in cui puntualmente il popolo cinese – creato in laboratorio da un governo che della propaganda e della disinformazione fa il suo pane quotidiano – non accoglie l’appello, non chiede scusa, non cambia rotta o non risponde affatto alle precise domande poste.

Alla richiesta della moderatrice di presentare l’idea che il proprio popolo ha dell’altro, il lama ha spiegato che i tibetani non provano sentimenti malevoli nei confronti dei cinesi, ma credono fortemente che il loro governo non si stia comportando in modo corretto. Sanno che è il governo a convincere i suoi cittadini del fatto che i tibetani siano persone cattive e che creano problemi alla Cina: questo sta diventando il sentimento dei cinesi, che non conoscono in realtà quale sia la vera situazione in Tibet. Il Dalai Lama ha redatto un documento in cui ha fatto delle richieste al governo cinese; ma sono richieste che non hanno niente a che vedere con un’azione separatista, come invece la propaganda cinese sta facendo credere. Il Dalai Lama insiste sul tema dei diritti umani negati, sul tema della libertà di religione e della tradizione culturale del popolo tibetano, a cominciare dalla sua lingua.

Con un temperamento fermo ma pacato e con una voce tra il sussurro e il tuono, il lama ha denunciato il fatto che dalla fine delle Olimpiadi un velo di silenzio è calato sulla questione. Da allora, sono state persino interrotte le comunicazioni tra il Tibet e il resto del mondo, ed i tibetani all’estero non hanno nemmeno la possibilità di telefonare ai propri cari rimasti a casa. Tutti avevano sperato che la situazione sarebbe migliorata con i riflettori puntati su Beijing, ma tutto è sprofondato immediatamente nell’oblio.
Prima del 2002 la lingua tibetana veniva insegnata ai bambini fino alla quinta classe elementare. In quegli anni le cose sono andate peggiorando e adesso la loro lingua madre viene insegnata solo fino alla seconda classe. E’ evidente che la Repubblica Popolare Cinese – anche attraverso la televisione – ha intenzione di eliminare definitivamente le peculiarità linguistiche, culturali e religiose del Tibet, e di accorparlo in tutto e per tutto ad essa.

Yu Hua si è subito detto molto emozionato e molto grato per aver avuto l’occasione di dialogare per la prima volta con un monaco tibetano cresciuto fuori dal Tibet. Ha voluto subito a sottolineare che lo scopo più importante di questo incontro è esprimere completamente il punto di vista di entrambi per poi cercare un punto di contatto tra le due visioni. Ma da lì in poi il noto scrittore, ammirato in tutto il mondo per i suoi romanzi, ha insistito sul fatto che il Tibet fa parte della Cina, non è un ente a sè stante, non è fatto di un popolo contrapposto a quello cinese ma di un popolo fratello. Secondo la sua visione – inevitabilmente cinese, ha detto – è normale che in famiglia ci possano essere degli scontri, come tra moglie e marito.

I rapporti tra Cina e Tibet hanno radici antichissime, e le loro dinastie si sono incrociate nel corso della storia. “Dalla democratizzazione di Mao in poi”, ha continuato Yu Hua, “il governo cinese ha sì distrutto, devastato e sconvolto il Tibet e le sue ricchezze, arrecando molti danni al suo popolo come anche alle altre 56 etnie della Repubblica Popolare Cinese, ma bisogna anche dire che il tenore di vita da allora è molto migliorato, grazie alla riforma agraria ed altre iniziative positive per gli abitanti del Tibet, che hanno portato soldi, alfabetismo, strutture e nuovi monasteri”.

Dopo aver detto al tibetano accanto a lui che il documento redatto dal Dalai Lama “va un po’ rivisto”, poiché mantiene all’interno un desiderio di indipendenza che il governo cinese non può accettare, Yu Hua ha concluso dicendo che nel futuro si andrà sicuramente meglio, perchè il futuro del Tibet è il futuro della Cina stessa. “L’Europa”, dice lo scrittore, “vede la situazione del Tibet con un velo di fascinazione e di mistero che inquina e distorce la realtà“.

Un momento di intensa mediazione – e meditazione – molto utile non tanto ai due protagonisti – rappresentanti di due popoli fratelli in conflitto tra loro – che purtroppo si sono detti cose che già l’uno si aspettava dall’altro. E’ servito piuttosto a noi occidentali, impegnati come sempre a fiondarci a capofitto sulla realtà, semplificandola secondo il nostro punto di vista, per leggerla con altri occhi.

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2 Comments

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