Internazionale a Ferrara #5: Portfolio Israele/Palestina

10 11 08 by

La mostra “Atto di stato. Palestina-Israele 1967-2007” – per il quarantennale dell’occupazione della Palestina da parte dell’esercito israeliano – ha fatto da sfondo all’incontro “Portfolio Israele/Palestina: la storia per immagini“: la giornalista e saggista Maria Nadotti a colloquio con la storica e critica della fotografia Ariella Azoulay, ebrea israeliana, autrice dello studio che ha dato origine alla mostra.


Sono state presentate 371 fotografie, da lei scelte tra 10.000 attraverso un enorme lavoro di ricerca, selezione, montaggio e installazione. Il proposito del suo lavoro è stato quello di mostrare come le persone coinvolte, nel quotidiano, hanno gestito l’occupazione. E quindi ecco che, a scapito degli eventi cosiddetti “cruciali” dai media ufficiali, diventa centrale il contatto quotidiano tra soldato israeliano e cittadino palestinese, i loro sguardi, i loro pensieri.

E’ quello che la Azoulay chiama “il contratto civile della fotografia“, come uno spazio politico collettivo per riflettere sul significato della cittadinanza. In un contesto critico come quello dell’occupazione, infatti, che il governo ha reso invisibile attraverso la censura dei mezzi di informazione, è importante costruire un archivio condiviso, come un album di famiglia in cui israeliani e palestinesi condividono inevitabilmente le stesse giornate, gli stessi luoghi, e magari le stesse emozioni.

In assenza di archivi già presenti, Ariella Azoulay ha raccolto per molto tempo le fotografie direttamente dai fotografi, trovando solo gli scatti degli uffici stampa del governo. Un ostacolo, si potrebbe pensare, ma non è del tutto vero: l’autrice ha dimostrato che anche all’interno di una fotografia scattata da una fonte ufficiale – che quindi spalleggia l’occupazione – è possibile riconoscere degli elementi basilari che permettono di decifrare informazioni contrastanti con il proposito della propaganda.

Quando nei primi anni Settanta Sharon fece distruggere oltre 10.000 unità di alloggio a Gaza, ad esempio, le fotografie ufficiali illustravano i trasferimenti dei palestinesi sui veicoli dei miliziani verso le nuove sedi, come a sottolineare la generosità del “buon occupante”. Anche se queste immagini non documentano la distruzione, è facile avere le informazioni velate su di essa. La fotografia, dice la Azoulay, restituisce sempre le facce della storia, anche laddove si cerca di nasconderla.

Ha continuato dicendo che la fotografia è un comune lavoro tra fotografo, fotografato e spettatore, dove non c’è un fotografo-soggetto e un fotografato-oggetto, ma si fa un uso attivo del soggetto raffigurato. Ma la novità del suo lavoro, la magia della sua ricerca sta nelle didascalie. Per ogni immagine, infatti, ha passato circa tre ore a cercare elementi ed informazioni, che poi ha condensato in delle piccole testimonianze profonde, spesso quasi poetiche.

La stanchezza con cui tutti noi ormai guardiamo immagini della guerra e del dolore, è causata infatti da un problema di narrazione. Essendo le fotografie dei veri e propri “luoghi di conoscenza”, è importante narrare la storia di ogni singola fotografia, invitando lo spettatore a dialogare con essa, ricostruendo il pezzo di storia che vi è racchiusa. Solo in questo modo si impara a conoscere, per capire di più l’occupazione israeliana, vista dagli occhi del “popolo senza terra”.

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