Internazionale a Ferrara 2008 #2: Uk loves Italy

22 10 08 by

L’incontro di apertura è spettato, come da tradizione, alla rubrica Italieni, rappresentata per l’occasione da tre grandi esponenti del Regno Unito: lo storico John Foot, lo scrittore Tim Parks e il giornalista Tobias Jones. Con professionalità ed eleganza la giornalista italiana Concita De Gregorio ha fatto da moderatrice alla tavola rotonda, intitolata “I love Italy” per sfatare il mito dei giornali stranieri che criticano lo stivale.

Tra sane risate di autoironia e spunti di riflessione molto seri, la platea italiana è stata accompagnata in un vero e proprio tour nella propria alterità: visti dagli altri con i propri occhi, attraverso aneddoti ed esperienze raccontate dal punto di vista degli inglesi – che spesso non è quello che si potrebbe immaginare. Abituati come siamo a ricevere solo critiche – o a dare importanza solo a quelle – è stato piuttosto strano ricevere consigli su come nutrire la nostra autostima proprio da chi, di solito, viene etichettato come “giornale britannico autoritario“.


  

E quindi ecco che il grande narratore Tim Parks afferma: “Passo in Inghilterra solo un mese all’anno, e alla fine mi dico Okay, adesso è ora di tornare a casa“. Un inglese con i fiocchi che dice di essersi “svegliato” in Italia, un Paese dove sono normali cose che all’estero sono impossibili, come le diversità regionali, particolari tipi di persone al governo, o i “modi non leciti per sistemare le cose“. Citando Leopardi, Parks ha ricordato che “ogni italiano è più o meno ugualmente onorato e disonorato“. Le contraddizioni più assurde per uno straniero? L’eterno dibattito su Garibaldi – c’è chi lo considera un brigante – o quello su Mussolini – c’è chi lo rimpiange con nostalgia. “In inglese reality è una parola che non ha plurale” dice lo scrittore, “in italiano ci sono persino realtà contrastanti“.

John Foot ha spiegato di come è cambiato il Belpaese dagli anni Ottanta, raccontandolo attraverso Milano, dove “per strada c’erano ancora i manifesti di Craxi, il sindaco di Milano era Pillitteri ed esistevano ancora le fabbriche“. A confronto, oggi, la stessa città è diventata una macabra vetrina dove “l’orrendo happy hour è l’elemento culturale più importante” in un Paese che, “dopo dieci anni di governo-barzelletta di Berlusconi, non viene più preso sul serio“. Lo storico inglese vede questa epoca come un bivio per l’identità italiana, grazie al confronto con i tre milioni e mezzo di immigrati che rendono urgente l’interrogativo “cosa sono gli italiani?” Il giornalismo italiano, dal canto suo, contribuisce al clima di ostilità che la politica ha creato, dando un’immagine degli stranieri come delle “non persone”, attraverso un linguaggio razzista che infiamma.

Il terzo personaggio è stata una rivelazione. Giovanissimo e con una proprietà di linguaggio davvero avvincente, il giornalista britannico ha esordito annunciando: “Sono venuto in Italia a vent’anni per corteggiare una ragazza. L’ho sposata, abbiamo una bambina e viviamo in Inghilterra, ma prima o poi torniamo“. Partendo dal presupposto che “ogni cosa sull’Italia è vera, come è vero il suo opposto“, riprende il discorso di Foot raccontando di come i giornali inglesi scrivano di politica solo se accade qualcosa di assurdo, di frivolo, o di incomprensibile come le magliette con scritto “Io sono un coglione” durante le ultime elezioni politiche. Riprendendo anche il discorso sul razzismo, ha affermato che si tratta una forzatura della stampa in un Paese che, al contrario, è fatto soprattutto di accoglienza, armonia, generosità.

Secondo Parks abbiamo perennemente bisogno di indignarci, secondo Foot siamo enormemente ignoranti sul nostro passato, per la De Gregorio siamo inconstanti e per Jones dobbiamo prendere una svolta e tagliare di netto con un “passato che non passa“. Insomma, un misto di bellezza e spregiudicatezza – una parola intraducibile in nessun’altra lingua, in cui coesiste il bene e il male contemporaneamente. Il quadro di un’Italia che predilige, alla logica britannica – “That’s right!” – e alla passione latina – “Que bueno!” – nel lessico comune, l’eleganza del “Che bello!”

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