Calcio e potere: l’economia del pallone

30 07 08 by


«In alcune epoche e in alcune società il teatro ha svolto un’importante funzione sociale: riuniva tutta la cittadinanza in un’esperienza comune, la conoscenza delle proprie passioni. Oggi questa funzione viene svolta, a suo modo, dallo sport».

Roland Barthes

  

Se pensate che il calcio sia solo uno sport, vi sbagliate di grosso.
Il calcio è politica, economia, società, identità, opinione pubblica, cultura. Tutte dinamiche fondamentali su cui si regge mezzo mondo, raccontate con grande maestria dal giornalista Simon Kuper – nato in Uganda da una famiglia di ebrei inglesi, cresciuto in Olanda e vissuto anche negli Usa e nel Regno Unito – che scrive di sport da una prospettiva antropologica. Il suo reportage più significativo è “Calcio e potere“, un itinerario di viaggio durato nove mesi in ventidue Paesi.

L’idea di fondo del suo reportage è che “quando un gioco è importante per miliardi di persone, cessa di essere semplicemente un gioco. Il calcio non è mai solo calcio: aiuta a fare guerre e rivoluzioni, affascina mafiosi e dittatori.

[…] Ovunque andassi […] il pallone si rivelava essere molto più importante di quanto non avessi pensato […] scrive Kuper.
[…] Mussolini e Franco compresero il significato e l’importanza del gioco, così come John Major, Nelson Mandela e il presidente del Camerun Paul Biya. […]
Come ha scritto Guido Caldiron in una recente recensione, “alle passioni e al senso di appartenenza si mescolano la ricerca del consenso, il tentativo di piegare le curve degli stadi ai propri disegni politici, la ricerca di una facile vetrina attraverso la visibilità offerta dagli eventi sportivi”.

Ecco una parte fondamentale del reportage:
[…] Quando ho scritto la mia inchiesta [durante gli anni Novanta] gli scontri calcistici in Europa riflettevano ancora passioni religiose, di classe o regionali. Così come il Barcellona rappresentava il nazionalismo catalano, così il derby Milan-Inter opponeva le classi lavoratrici frutto dell’immigrazione alla classe media locale, mentre nel 1988 gli olandesi si portavano ancora dietro ferite non sanate della guerra contro la Germania. Ma oggi queste passioni sono più deboli. Gli europei stanno smettendo di credere in Dio, le barriere di classe si sono ridotte, ed è difficile essere così fanatici riguardo alla propria regione adesso che paesi come la Spagna sono denocrazie decentrate, e regioni come la Catalogna potrebbero optare per l’indipendenza se davvero lo desiderassero. Quindi, quando i tifosi del Barcellona sventolano bandiere catalane, o quando i tifosi di Glasgow cantano canzoni settarie, stanno semplicemente adottando simboli tradizionali per esprimere una rivalità calcistica […] Quel che sentite oggi negli stadi di calcio europei non è più il riflesso di altre passioni. Il calcio, più che altro, è diventato una ragione in sé. [… Ma] al di fuori dell’Europa le divisioni tribali persistono. La regola fondamentale è che più un paese è disperato, più il calcio è importante, e quindi esso lo è davvero in luoghi senza libertà come Medio Oriente, Africa del Nord e Golfo Persico. […]

Il nesso tra guerra, terrorismo e calcio non è più fantascienza.

 

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