Variazioni sul mistero del tempo

24 06 08 by

Dato che quest’anno se ne parla così tanto, pubblico il saggio breve che ho scritto per il mio esame di maturità, ormai ben 4 anni fa.
[Il tempo della natura, i tempi della storia e quelli della poesia, il tempo dell’animo: variazioni sul mistero del tempo]
Tipologia B1 – ambito tecnico-scientifico
L’enigma del tempo

 

Tic. Tac. Una presenza incombe sulle vite e grava sulle teste.
Qualcuno si rassegna al suo dominio assoluto, altri semplicemente ci ragionano e tentano di teorizzarlo; gli artisti, poi, specialmente i poeti – come il greco Vaghenàs – lottano imperterriti contro di esso e tentano di trascenderlo con le proprie opere: emblematica è la funzione eternatrice della poesia per Foscolo.
Uno dei primi – e più celebri – ad aver affrontato il tema della fugacità del tempo fu Seneca, con la sua sententia “vita longa est, si uti scias”: il tempo è l’unica cosa che ci appartiene, ma lo sprechiamo non accorgendoci di morire ogni giorno.
Henri Bergson, il padre della moderna concezione di tempo, teorizzò per primo la doppia valenza temporale, distinguendo tra tempo della scienza e durata reale del vissuto psicologico; fu proprio la sua Evoluzione Creatrice a dare il via a quella che fu la rivoluzione del concetto di tempo nel Novecento, divenuto tempo interiore e individuale dell’animo, e tempo misto della letteratura, in cui la cronologia dei piani temporali venne stravolta dal flusso continuo dei piani coscienziali. Scrittori di ogni nazionalità iniziarono allora a cercare il tempo con la coscienza, dato che secondo Bergson l’intelletto è incapace di comprendere la vita proprio perché non può afferrare il tempo stesso. Proust lo cercò in una tazza di tè, Joyce nella sua città natale; Svevo nelle tappe della sua nevrosi e Neruda nella donna amata.

Allo stesso modo, ognuno di noi agisce in funzione del tempo, sempre. Calendari, agende, appuntamenti, date e scadenze: la frenesia delle nostre travagliate esistenze ci rende schiavi, miseri dentro e segnati fuori, privi di attimi nostri veramente vissuti.
Schiavi del tempo, quindi?
Sì, e proprio nel modo in cui lo siamo di Dio per Feuerbach: non è forse, il tempo, una creazione dell’uomo stesso? Gli orologi, i minuti, le ore, non sono forse strumenti umani? Verrebbe da pensare a quanto l’uomo sia poco furbo: creare enti di cui cadere vittime è anzitutto poco pratico, poco ragionevole. Ma tipico dell’uomo.
Diverso suonerebbe pensare a quanto l’artificiale scansione del tempo sia comodo nell’ambito delle semplici questioni quotidiane e nella rievocazione degli eventi della Storia; essa, scrive Bevilacqua, è fondamentale per la memoria culturale dell’uomo e del suo passato sociale, e dà valore al suo potere, in quanto egli è protagonista della storia stessa.

Ma se invece il tempo delle nostre vite fosse, paradossalmente ma irrimediabilmente, morte?
Pirandello insisteva sul continuo fluire della vita e sui mille tentativi dell’uomo di cristallizzarsi in “forme” con cui fermarlo: vivendo, quindi, moriamo. Allora il futuro sarebbe passato, la storia prevedrebbe il nostro domani, e noi staremmo indietreggiando verso la condizione più misera e retrograda, mentre l’uomo primitivo conservava genuinità e perfezione.
Carlo Levi, ne “L’Orologio”, rende l’idea del respiro affannoso del tempo che sentiamo sul collo: “I giorni fuggono, uno dopo l’altro, e non c’è tempo di guardarli, di numerarli, di vederli quasi, che sono già svaniti […]. Chi ci ha cacciati dal nostro paradiso? Quale peccato e quale angelo? […]”
Percorrendo questi grandi dibattiti – eterni – sul tempo, salta all’occhio un principale contrasto di opinioni: il nemico numero uno dell’uomo è un ente naturale a cui siamo sottomessi e a cui non possiamo sottrarci o si trova nell’uomo stesso?
Nessuno saprà mai la verità assoluta – ché non esiste -; per ora, a parer mio, non abbiamo un granché di cui preoccuparci: ché il tempo è un imbroglio.
Tutta un’illusione.

  

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