Melting sport

22 05 08 by

Ho scoperto un luogo speciale, nell’Italia di Bossi e di Berlusconi.
Ho scoperto, tra omicidi di piccoli neonazisti e vendette di grandi comunità, un luogo in cui la politica non entra e la violenza non arriva, dove regna il senso del gioco. Già, il senso del gioco, una parola che l’Occidente sta progressivamente dimenticando, persino durante l’infanzia. Le giornate dei bambini vengono riempite come fossero dei manager tuttofare, dalla scuola ai compiti a casa, dalle lezioni di musica a quelle di recitazione. Poi un bel giorno quei bambini diventano adulti che non hanno mai avuto il tempo di giocare e la società si disgrega. Dov’è andato a finire il gioco? Dov’è finita, la colonna portante di una vita sana insieme agli altri?

Poi ieri ho assistito ad una lezione di umanità. Ho scoperto un luogo, nel verde, dove gli uomini di tutte le etnie non solo smettono di stressarsi, ma smettono anche di scontrarsi per il colore della loro pelle, per la loro provenienza o per la loro religione, e rendono omaggio al dio del gioco, con sorrisi, salti e palloni. E’ un piccolo campetto sportivo, aperto, pubblico, nascosto nei meandri di un grande parco di Firenze. Al posto delle bandiere ci sono i canestri, e al posto degli slogan xenofobi scritti sui muri ci sono le linee di delimitazione delle aree di gioco segnate per terra. E ad una certa ora del pomeriggio, tra le cinque e le sei, quando il sole comincia ad essere più gentile con noi esseri umani ed il cielo si fa più fresco, accade l’inimmaginabile.

Nell’Italia dei leghisti, dei rom, dei rumeni e degli stupri, cominciano ad arrivare ragazzi e uomini di tutti i colori e di tutte le sfumature, dal bianco latte all’olivastro, dal marroncino al nero corvino. Non si sono messi d’accordo, non si conoscono. Non si chiedono chi sei, come ti chiami, da dove vieni. Giocano. Si creano le squadre, alla faccia degli squadristi, tra italiani e filippini, turisti dalla pelle chiarissima e giamaicani mulatti, ecuadoriani e senegalesi, per dirne alcuni. Di tutte le età. Un crogiolo alla pari, dove tutti sono sullo stesso piano ed accettano il contatto degli avversari che li marcano, e ridono, e sudano, e si impegnano. Piccoli riccioli fittissimi del colore del carbone, occhi a mandorla, tiri, reti, calci e canestri, colori, suoni, accenti diversi. Musica. Solidarietà e amicizia che si taglia a fette, nel vento di maggio.
Mi ha fatto fallo, tre a due per voi, siamo dispari, vieni a giocare.

Raccontiamole, queste Italie.

Related Posts

Tags

Share This

7 Comments

  1. Anonymous

    Ce ne vorrebbero 10 100 1000 1 milione di posti cosi..

  2. Un post intenso, davvero. Complimenti non solo per la storia che racconti, ma anche per come la racconti, nel senso che sembra quasi di starci, in quel campetto.

  3. @anonimo: esistono, ma non fanno “audience” 😉

    @evylyn: grazie. E’ stata un’esperienza davvero emozionante e volevo condividerla così 🙂

  4. eh si…nell’italia, dove c’è chi vive il problema dell’immigrazione e c’è chi se lo crea solo ascoltandolo in tv, queste storie andrebbero raccontate e percepite. Perché capire che il male non è l’immigrazione ma una scarsa integrazione sta alla base di un cultura moderna che si basi sulla diversità. Bisognerebbe aprire gli occhi un po’ di più, senza i falsi preconcetti che la tv lascia passare. Guardare queste e altre storie e farsi delle idee che non siano pregiudizi, capire che la verità non sta mai da una o dall’altra parte ma sempre a metà tra il nostro impegno e quello degli altri.
    Complimenti per l’articolo, molto bello.

  5. Anonymous

    Se tutto va bene nel giro di un’era tornando a quei campetti troverai gente proveniente da tanti posti diversi, ma tutti uguali… tutti mulatti, che parlano una stessa lingua ed hanno la medesima cultura…

    La violenza continuerà ad esistere perché è nella natura umana, ma in compenso sarà sparita la “diversità”, quel qualcosa che uno cerca quando viaggia… a me il meltin’ pot non piace.

    A me piacciono le culture diverse e mi piace conoscerle dove si posson esprimere in maniera natuarale, nei loro luoghi d’origine. Quando viaggiare significherà solo cambiare panorama il mondo non avrà più senso.

    Questa è globalizzazione e a me la globalizzazione non piace. La contaminazione è evidentissima in Italia, da sempre porto di culture. La contaminazione è “attiva”: parte da una cultura che decide di assimilare, reinventadolo, un pezzo di un’altra cultura. Ma integrare vuol dire pian piano omologarsi a vicenda, perdendo il senso iniziale.

    No al razzismo – Si alle razze!

  6. Anonymous

    peace and love

  7. @robertoglaviano: grazie.

    @anonimo1: in effetti su certe cose ti do ragione. Quello della globalizzazione della cultura è un argomento complesso, perchè se da un lato si perdono le peculiarità culturali, quelle che cerchiamo viaggiando, dall’altro milioni di persone il cui destino sarebbe stato già scritto dai loro antenati hanno la possibilità di viaggiare, di cambiare, anche di scappare se ne hanno bisogno, di integrarsi in un nuovo ambiente sociale e di reinventarsi un futuro. Il problema sta proprio in quell’integrarsi, come diceva robertoglaviano..
    E’ un tema piuttosto controverso…
    voi cosa ne pensate?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *