A morire non sono solo i reporter di guerra

13 05 08 by

La celebrazione della Giornata mondiale della libertà d’informazione è stata dedicata, quest’anno, al ricordo dei giornalisti uccisi per il loro lavoro. Tutti i media hanno richiamato l’attenzione sui reporter morti in guerra, ma la dimensione del problema ha un rilievo drammaticamente più ampio: a morire non sono soltanto i giornalisti ammazzati durante un conflitto (sono già 210 i morti sul campo, nella guerra in Iraq, tra reporter, cameraman, fotoreporter, interpreti e stringers), ma anche quanti operano in condizioni difficili socialmente o politicamente, per esempio i reporter assassinati in Colombia o in Messico dai cartelli del narcotraffico. Di più, per quanto riguarda lo specifico del caso italiano, dobbiamo ricordare i cronisti che in questi anni sono stati ammazzati dalla mafia, dalla ‘ndrangheta e dalla camorra; e non è credibile alcuna distinzione tra Ilaria Alpi uccisa nella guerra in Somalia o Maria Grazia Cutuli uccisa nella guerra in Afghanistan e Mauro De Mauro ucciso a Palermo da qualche cosca legata al mondo politico o Giancarlo Siani o Pippo Fava assassinati per il loro lavoro investigativo sui poteri mafiosi.

Se queste celebrazioni hanno dunque un senso al di là delle ritualità formali che genericamente le definiscono, questo senso sta nella volontà di superare la retorica dell’atto ufficiale e nell’acquisire, invece, la consapevolezza che proprio la dimensione così tragicamente ampia della morte per giornalismo comporta una valutazione distinta del lavoro giornalistico: che esso è, dunque, uno strumento di definizione della realtà che, per propria natura, si pone in una tensione costantemente critica rispetto agli interessi che quella realtà tendono a gestire. Questa criticità non è un atteggiamento pregiudiziale, ma piuttosto una scelta operativa che mira a recuperare l’autonomia dell’intervento del giornalista, sia che questo si realizzi in un territorio in guerra (dove l’accertamento dei fatti è soggetto ai rischi del conflitto oltre che al tentativo di controllo delle fonti militari ufficiali) sia che si manifesti nelle forme della società civile (dove i rischi del conflitto vengono sostituiti dai rischi del contrasto con i poteri consolidati, rischi mortali talvolta, rischi personali – di vita o di carriera – altre volte). […]

 

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