Il "tu narrativo"

5 03 08 by

Il primo intento del reportage di guerra è – o dovrebbe essere – coinvolgere, far immedesimare il lettore, avvicinare alla tematica della guerra. Questo scopo è raggiunto in modi diversi, a seconda dello stile e della sensibilità del reporter. E’ interessante il metodo utilizzato da Roberto di Caro in “Iraq di tutti e di nessuno”, uscito sull’Espresso del 29 Aprile 2004. Si tratta del “tu” narrativo: “[tu] incroci”, “[tu] li cominci a vedere”, “[tu] cozzi”, “[tu] arrivi”. Il risultato è che si viene catapultati nella realtà della guerra, in azioni compiute da noi stessi che leggiamo, e che siamo lì, contemporaneamente, testimoni di ciò che succede molto lontano da casa nostra.

A Sadr city gli americani stanno in un gruppo di edifici sulla “Piazza 55”: girano poco di giorno, mai di sera. Della Iraqi police incontri giusto un’auto, scompaiono quando e dove si annuncia tempesta. Gli uomini dell’ “Armata del Mehdi” li cominci a vedere per strada al tramonto, nel cafetano bianco avvolto in vita che qui usano ai funerali: per mostrare a tutti che sono pronti alla morte. […] Via dalla periferia nord povera e sciita, in quella sud medioborghese e a prevalenza sunnita, quartiere di Al Dora da dove gli americani entrarono in Baghdad, cozzi contro lo stesso ambiguo susseguirsi e sovrapporsi di continue lacerazioni e rapide ricuciture del tessuto sociale. […] Finché arrivi alle case che ospitano i profughi di Falluja. Donne e un nugolo di bambini: gli uomini non li hanno lasciati uscire dalla città. […]

 

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