I tre generi del reportage

5 03 08 by

Dal genere del reportage, a metà tra il servizio giornalistico e il racconto letterario, partono varie diramazioni – per intenti, stile narrativo e struttura. All’interno di questa enorme vastità di campo, tuttavia, si possono riconoscere tre grandi filoni: il reportage d’inchiesta, il reportage sociale e il reportage di viaggio. Ovviamente esiste anche il reportage di guerra, ma a seconda di come è realizzato rientra nel primo o nel secondo caso – a seconda del grado di immedesimazione nella situazione politica o nella realtà umana della guerra in questione.

Il reportage d’inchiesta è quello che, scegliendo un determinato argomento – possibilmente ristretto – ne smonta i circuiti, ne analizza le viscere, ne mette in luce le dinamiche. Si tratta di un lavoro molto dispendioso, sia per il reporter che per il giornale o il programma tv/radiofonico per cui egli lavora: dispendioso per tempo, per soldi, per energie – e pazienza. Per tempo, perchè il reporter cerca i contatti, organizza gli incontri, insegue gli interessati e spesso fa viaggi a vuoto ed aspetta inutilmente, raccoglie documenti ed interviste, poi metabolizza il tutto, trova la chiave di lettura più consona e forgia il risultato secondo la sua morale. Per soldi, perchè utilizza degli strumenti e percorre dei sentieri altrettanto costosi, viaggia, lascia le mance agli informatori. Per energie e pazienza, perchè se non vi fosse la passione per la ricerca e l’informazione leale, queste imprese sarebbero delle missioni impossibili. Purtroppo, come abbiamo visto più volte, in certi luoghi del mondo realizzare un reportage d’inchiesta può essere addirittura fatale: tragici esempi sono state le morti di Ilaria Alpi in Somalia e di Anna Politkovskaja [nella foto in alto] in Russia.
Ma quando il reportage d’inchiesta è pronto, quel determinato argomento prende una nuova forma sotto il sole, diviene più nitido, più semplice e comprensibile. Esempi di reportage d’inchiesta di cui ho già parlato in questo blog sono La mafia è bianca e Ho comprato un rene in Nepal.

Anche il reportage sociale affronta una tematica ben determinata, ma a differenza del reportage d’inchiesta – di solito su politica, economia o giustizia – lo fa non solo per informare e chiarire, ma soprattutto per smuovere le coscienze circa la criticità di una situazione umana. Fanno parte di questo filone tutti quei reportage sui bambini del Terzo Mondo, quei fotoreportage sugli anziani o sui Rom. Quello che il lettore/fruitore apprende da questo tipo di reportage non sono nozioni o conoscenze pratiche che può utilizzare in qualche modo nella sua vita, ma sono emozioni: commozione o tristezza, ma più spesso indignazione. Ottimi esempi già trattati in questo blog sono il videoreportage di Arrakis su un laringectomizzato, il fotoreportage sul Camerun di Giovanni Presutti e Visione Parziale, sull’Alzheimer. Anche il reportage che ho scritto sulla vita di un senzatetto a Firenze, rientra in questa categoria.

Il reportage di viaggio è una cosa diversa. Di solito non sceglie un determinato argomento da semplificare per il lettore/fruitore, ma un determinato luogo della Terra. Più raramente sceglie un determinato argomento e lo affronta dai diversi punti di vista in giro per il mondo: esempi eclatanti di questo tipo di reportage di viaggio sono Un indovino mi disse e Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, rispettivamente riguardo la magia in diversi Paesi dell’estremo Oriente e la medicina intorno al mondo. Più spesso, comunque, si tratta di esperienze di viaggio raccontate secondo intenti giornalistici – culturali, non turistici – ma attraverso tecniche narrative più simili alla letteratura. Esempi tipici di reportage di viaggio di cui ho già parlato sono Il Milione di Marco Polo, Ebano di Kapuscinski [nella foto] e quelli di Anna Maria Ortese.

 

Related Posts

Tags

Share This

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *