Blues for Allah

26 02 08 by

 

A volte crediamo che per fare un reportage si debba partire dalla politica o dall’economia di un Paese. In realtà si parte sempre dall’uomo. Ecco perchè qualsiasi espressione dell’umanità di un Paese è sempre un’ottima garanzia per un reporter che si rispetti.
Cristiano Tinazzi, nel suo reportage Blues for Allah, ha scelto la via della musica per raccontare un Iran dalle mille sfaccettature, un Iran frustrato dalla voglia di libertà e di apertura, che risponde con la musica al malessere, nel mosaico di tradizione e modernità che è Teheran. Con uno stile asciutto ed intrigante allo stesso tempo, il reporter de Il mucchio selvaggio – nonchè di Left ed altri magazine – ci apre gli occhi alla realtà travolgente dei giovani musicisti iraniani, dando, paradossalmente, ancora maggior rilievo al lato sociale – e quindi po
litico – della questione.
[…] L’indomani Mirza mi viene a prendere per portarmi al conservatorio di Teheran. Sembra di stare in una puntata di Fame. Ragazzi che suonano sulle scale, sassofoniste con chador e bandiera iraniana alle spalle che si lanciano in lunghi e tormentati pezzi, un direttore che sembra uscito dal Rocky Horror Picture Show. È il Conservatorio di Teheran, non di New York. Eppure i ragazzi sono gli stessi, i desideri sono gli stessi. Pure il modo di vestire, in un certo modo, soprattutto per i maschi. Le differenze spariscono così, all’istante. Niente Oriente e Occidente, niente Islam o Cristianesimo. “Lo sceriffo non gradisce il rock nella casbah”, cantavano i Clash nel 1982, proprio contro la decisione di Khomeini di bandire il rock dall’Iran perché “occidentale”. Oggi, nonostante i proclami di Ahmadinejad, in posti come questo si impara la chitarra elettrica, si ascolta il jazz, il blues e si fa rock. […]

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