Il tempo del reportage

15 02 08 by

 

L’ha detto Rod Steiger e l’ha scritto da poco Rob Breszny: avere successo significa essere padroni del proprio tempo; se ne controlli più del sessanta per cento sei veramente una persona di successo. Non è la solita trovata moralista, ma impegno e talento non sono abbastanza per ottenere buoni risultati: a maggior ragione nel caso di un reportage, il servizio giornalistico a metà tra il diario di viaggio e l’inchiesta, occorre investire in tempo per l’efficacia del proprio lavoro.
Il guaio è che come tutti purtroppo sappiamo – e subiamo – questa è l’era della velocità. Della poca attenzione, delle letture lampo. Del correre, dello scorrere e del discorrere, tutto di fretta.

Credete che il buon giornalismo non ne abbia risentito? Ovviamente, anche e soprattutto a causa dell’avvento della comunicazione digitale, il tempo – e quindi i soldi che le redazioni investono in tempo – è a dir poco dimezzato. Nella lettura, certo, ma anche e soprattutto nella preparazione: le redazioni vengono inondate ogni mattina dalle notizie fresche di agenzia, ma quello che fanno i giornalisti è troppo spesso un copia-incolla che snatura il senso del loro mestiere.

Ma ecco che ci avviciniamo alla figura del reporter: una figura da sempre temuta ed ammirata insieme, invidiata sotto certi aspetti, perchè al contrario dei giornalisti “comuni” ha gli occhi al posto della posta elettronica e il mondo al posto della scrivania. Questo favoloso e un po’ fantomatico personaggio, però, è anche quello che costa di più alle casse della redazione: ha bisogno di grossi finanziamenti – per i viaggi, per gli intepreti, per gli strumenti di lavoro – e di tanto, tanto tempo. Per che cosa, poi? Per scrivere un reportage – poco importa se eccezionale – di qualche pagina: uno scritto che si legge in poco meno di mezz’ora, costruito in poco meno di un mese – quando va bene.

Perchè la preparazione di un reportage è fatto di numerose fasi: dalla documentazione per mezzo di libri già scritti sull’argomento alla ricerca di contatti; dalla raccolta di materiali sul luogo all’esperienza in prima persona; dall’intervista di personaggi coinvolti all’uso della fotocamera; dall’abbozzo di uno schema di lavoro alla stesura e al controllo definitivo…

E’ chiaro perchè al giorno d’oggi la missione del reporter è sempre più una mission impossible, ed ecco perchè coloro che vogliono seguire le orme dei grandi maestri del passato devono autofinanziarsi – cioè fare qualcos’altro per campare, e “riportare” per hobby – o lavorare come freelance. Che poi i risultati sono gli stessi.
Riprendiamocelo, il tempo.
(Si, lo so che questo post è troppo lungo e vi ha preso troppo tempo, come non detto.)

 

Related Posts

Tags

Share This

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *