Premio Pulitzer incriminato per terrorismo

22 11 07 by

Purtroppo, nel mondo del reportage, accade anche questo.
Un anno e sette mesi sono trascorsi da quando Bilal Hussein, fotoreporter iracheno – di 33 anni – dell’Associated Press con base a Fallujah, è stato arrestato a Ramadi senza accuse motivate dall’esercito statunitense, che gli nega inoltre una difesa legale.

  

Non esistono prove concrete per incriminarlo, ma l’unico capo d’accusa sono – ovviamente – le sue drammatiche fotografie scattate sul fronte iracheno, che gli valsero il Premio Pulitzer nel 2005: l’esercito americano sospetta che Bilal Hussein abbia legami con il terrorismo iracheno, proprio per la veridicità delle sue fotografie. Il “dettaglio” peggiore è che per il governo iracheno questa imputazione implica la pena di morte.

  


E’ detenuto dal 12 aprile 2006 nel centro di detenzione Camp Cropper a Baghdad, una delle prigioni della U.S. Army.
Tra le tante paure di Bilal c’è la consapevolezza di vivere tra detenuti che lo conoscono come dipendente di un’agenzia di informazione occidentale.

Nello stesso tempo però, la nazione più importante di questo stesso mondo occidentale, l’ha etichettato come nemico affermando di non avere bisogno di provare niente a nessuno, e di essere già soddisfatta della sua incarcerazione: impedendo così, preventivamente, eventuali altre fotografie sulla verità.

Quello che ancora chiede Bilal, così come l’Associated Press e il governo iracheno, è un processo.
Niente di più, niente di meno.

 


the order to arrest Hussein came from very high up, and the reason for the arrest was unmistakable: he was the man who took those damned photographs!

 

Tutte le fotografie di questo post sono di Bilal Hussein (a sinistra, in blu): proprio quelle che hanno fatto vincere il Premio Pulitzer all’Associated Press e che gli sono costate la prigione.
Più di 1.675 persone da 80 paesi hanno firmato la petizione per la sua liberazione. Firmala anche tu.

 

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7 Comments

  1. Credo che tu ne sia già a conoscenza, in ogni caso ti lascio lo stesso il link alla notizia: clicca qui.

    Ciao

  2. E’ una cosa scandalosa ! 🙁

  3. Fare il reporter di guerra è sempre stato difficile e pericoloso. Ma adesso senza essere embedded sta diventando impossibile…

  4. non ne ero a conosceza.

    comunque credo che stare a far scatti sia da una parte che dall’altra sia una pratica abbastanza diffusa tra i fotoreporter di guerra.

    O sbaglio?

  5. @gaia: sì, ne ero già a conoscenza ma grazie mille per il pensiero! 😀

  6. @ rossomalpelo: purtroppo hai ragione. Dev’essere stato questo che non è andato giù agli USA: Bilal non era embedded! E il termine freelance ha al suo interno una parola poco tollerata… proprio dalla sua “patria”.

    @andrea: io penso che si tratti di deontologia professionale e di buon senso personale. Ma anche e soprattutto di interpretazione soggettiva della realtà: è evidente, dalle fotografie di Bilal, che egli poneva – e richiedeva di porre – attenzione ad un dettaglio della guerra, con il suo personale punto di vista. Che non era necessariamente un parteggiare per i cosiddetti terroristi, nè tantomeno un collaborare con loro…
    Ma questo, caro Andrea, gli Stati Uniti lo sanno bene. Però qualche accusa dovevano pur farla, per poterlo togliere di mezzo, no?

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