La Bastarda di Istanbul

10 11 07 by

Tra gli effetti – e gli affetti – del week end di full immersion nel giornalismo, c’è un libro. Il libro di una grande scrittrice turca contemporanea, che ho avuto l’onore di sentir ragionare ad una tavola rotonda a Ferrara. Ho comprato La Bastarda di Istanbul di Elif Shafak, e l’ho divorato.
Come ho già scritto, essere giornalisti e creare un prodotto giornalistico non è condizione sufficiente nè necessaria per fare del reportage. Anzi. Come innumerevoli capolavori letterari ci dimostrano, i romanzi dicono a volte molto di più, sulla situazione politica e sociale di un luogo, di quanto non facciano trasmissioni televisive o giornali ufficiali.

Apro una piccola parentesi sulla Colombia, dove tutta l’informazione è controllata e censurata – per usare due eufemismi – e dove la gente ha raggiunto un grado di consapevolezza tale – ciò che ancora manca in Italia – che si comporta realmente di conseguenza: i colombiani, istruiti o meno, leggono i giornali come si leggono i romanzi ed i romanzi come si leggono i giornali. Per avere quelle informazioni fondamentali per comprendere come vanno le cose nel proprio Paese, si affidano agli scrittori. Niente di più semplice, dalle parole di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano molto affermato anche in Europa.

La Bastarda di Istanbul riporta con un magnifico stile lettarario i problemi che stanno alla base della società turca, concentrandosi su due punti cruciali: il maschilismo onnipervasivo e la cosiddetta questione armena, ancora irrisolta. E’ quest’ultima tematica quella che emerge in modo più energico dalla lettura, ragion per cui l’autrice ha rischiato tre anni di carcere: un personaggio parla dell’uccisione di un milione di armeni e trentamila curdi nel 1915 come di un genocidio perpetrato da parte dei turchi contro le minoranze etniche. In effetti si tratta di una ferita ancora aperta e sanguinante nella coscienza del popolo armeno.

Ecco che la Shafak, con le sue frasi dense ed eleganti allo stesso tempo, ci dipinge uno spaccato della società turca dal punto di vista del rapporto di essa, oggi, con gli armeni. E mentre fa tutto questo, smuovendo le nostre coscienze, ci fa fare un viaggio nell’ambiguità della magica capitale.

[…]La pioggia, qui, non significa soltanto bagnarsi e sporcarsi. Vuol dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. E lotta. E’ sempre una lotta.[…]La pioggia può anche non piacerti, non è certo obbligatorio che ti piaccia, però mai, per nessuna ragione, puoi maledire qualcosa che cade dal cielo, perchè niente cade dal cielo di propria volontà: dietro c’è sempre Allah l’Onnipotente.[…]Ma la folla era abbastanza magmatica da inghiottire quel colore discordante, perchè non era la somma di centinaia di corpi che respiravano, sudavano e dolevano, ma un unico organismo che respirava, sudava e doleva. Pioggia o sole faceva poca differenza. Camminare a Istanbul significa camminare in simbiosi con la folla.[…]

 

Related Posts

Tags

Share This

1 Comment

  1. Ho comprato oggi questo libro e devo dire che mi piace molto e che me lo sto letteralmente divorando!
    fra l’altro sono stata un paio di mesi fa in Turchia, anche ad Istanbul, e ritrovo molte situazioni e immagini reali a cui ho assistito.
    Davvero un bel romanzo, anche se da quando sto capendo mi sembra molto di più.
    Bella anche la recensione!
    Silvia

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *