Una parola e una vertigine

7 07 07 by

Pubblico qui il primo dei tre paper che avevo scritto due anni fa, per l’esame di Sociologia dei processi culturali comunicativi. E’ anche la materia su cui sto progettando la mia tesi di laurea.
Idee, spunti e (soprattutto) polemiche sono i benvenuti!

  

Ogni parola una vertigine. Una vertigine come primo passo verso una consapevolezza forte, come una scossa che catapulta verso una dimensione nuova, eppure antica, di concezione e autoconcezione. È grazie alla DEFAMILIARIZZAZIONE DELLO SGUARDO che ci distacchiamo dalla realtà per osservarla imparzialmente: ed è lo studio nuovo di una sensazione antica, con la quale mi sento fortunata di far parte del mio mondo in un modo che mi prende dal di fuori, celebrando ogni giorno ed ogni gesto come chi non lo possiede. E mi accorgo che non ho un SENSO DI APPARTENENZA, ora (con i sistemi astratti) come prima (con le semplici congetture umane): come una strana ruota del carro nella gerarchia della famiglia; come una straniera a casa propria ma di facile inserimento in un nuovo contesto globale; sentendomi fortunata come dal di fuori e celebrando ogni gesto come chi non lo conosce; dal di fuori, come un narratore onnisciente consapevole delle proprie e delle altrui fortune e sfortune. Venendo da madre sarda e da padre napoletano (senza potermi sentire del tutto sarda o del tutto napoletana), essendo nata in un posto ed essendo vissuta sempre in un altro (senza poter sviluppare quel senso di appartenenza né per l’uno né per l’altro), essendomi infine trasferita a Firenze per lo studio, è inevitabile per me sentirmi CITTADINA DEL MONDO, disancorata e quindi affascinata da tradizioni e costumi. Mi sento dentro dal di fuori, nonostante dal di fuori io appaia dentro come tutti.

La società del RISCHIO nella visione di Beck: una parola e una vertigine, sentita fino in fondo. Teorie a parte, la consapevolezza che la vita (sia individuale che collettiva) nel moderno mondo globalizzato sia in un continuo, enorme pericolo, come anche in un continuo, enorme flusso di possibilità, pervade ogni campo della quotidianità e ogni intimità. Il sentore che qualcosa è cambiato, e che continua a cambiare sempre più rapidamente ci accompagna a volte come un’inquietudine, un pericolo, un rischio, una perdita, a volte come un’opportunità in più, come una più vasta gamma di scelte e di possibilità: proprio come la società della modernità liquida di Bauman, in cui il flusso degli eventi non ha struttura fissa ed è anzi in continua trasformazione in una società non prendibile, in cui l’individuo fluttua in balia di un mare di possibilità senza punti di riferimento.
E ci ritroviamo a non avere più certezze, ad averle sostituite con dubbi e ambiguità a seguito delle trasformazioni originate dalla rivoluzione industriale e dalle conseguenti crisi d’identità collettive e individuali: un cambiamento che ha sostituito tradizione, controllo sociale e stabilità con un intenso confronto con differenza e complessità (dalla società chiusa a quella aperta). Le trasformazioni provocate dai mutamenti sociali degli ultimi decenni nella struttura della famiglia italiana, per esempio, sono state accompagnate da quelli che io chiamo “desideri a doppio taglio”. Una società senza famiglia è come una celebrazione priva di simboli che la onorino; ci si lamenta che il Natale è dentro i centri commerciali, che i ragazzi sono violenti, gli adulti menefreghisti e gli anziani soli. I bambini a sette anni sanno già che Babbo Natale non esiste, le donne a sedici sanno già che il principe azzurro non esiste, i nonni sanno che le numerose e unite famiglie di un tempo stanno scomparendo. Una nuova consapevolezza prende possesso di questo secolo, figlio di lotte per la libertà e l’indipendenza, di ribellioni all’autoritarismo, di evoluzioni nella considerazione del singolo, di rivendicazioni contro l’ipocrisia. Figlio di un duro lavoro per la rivoluzione riuscita, di un sogno dalla lama a doppio taglio, però, e dal taglio facile.

Ognuno ha espresso il desiderio, ognuno aveva quel sogno tagliente. Nessuno ha pensato a controindicazioni o postille, né a formule esatte. E un desiderio non formulato, come una legittima difesa sotto forma di flusso di coscienza, è più pericoloso di una dichiarazione di guerra. Ognuno ha alzato gli occhi al cielo e ha svelato a una stella il suo sogno. Senza saperlo lo abbiamo fatto tutti, pericolosamente. Una donna ha chiesto rispetto, dignità, parità, un lavoro, una propria vita, un senso alla sua vita che non fosse solo quel figlio che da grande l’avrebbe abbandonata. Quel figlio che ha chiesto alla stella di poter fare le sue scelte e che fossero rispettate; ha chiesto comprensione, di non essere punito da severi e pesanti giudizi. Un uomo ha chiesto di non dover sacrificare l’esistenza per il lavoro, di non impazzire nella corsa al più forte, di non doversi più avvelenare il sangue per un’unità familiare che sembra non esistere. Spasso e liberazioni. Ecco ciò che è arrivato alle stelle. Non più vite sacrificate per un onore futile, non più un’educazione anacronistica, non più responsabilità e impegni. È arrivato questo, per giorni, per anni, per decenni. Finché le stelle hanno risposto ai nostri desideri malformulati. Finché la metamorfosi è avvenuta, la rivoluzione si è autoconvocata. Ora siamo “evoluti”. Ce l’abbiamo fatta. La donna lavora, ha meno figli, non cura la casa e va al cinema; con i figli non più autorità ma complicità; rapporti più facili e comodi. Basta sacrifici, basta impegnarsi: non va? addio, e avanti con i divorzi. L’evoluzione vizia l’uomo. Nessuno deve niente a nessuno, ma tutti hanno diritto alla libertà. Basta con bigotti modelli da seguire, viva l’autenticità.

Niente più guinzagli, niente più certezze, basta con stupide favole di renne volanti e di alberi agghindati. La presa di coscienza rende l’uomo invincibile, capace di arrivare ovunque. Ma la storia ci insegna che l’evoluzione va usata con i guanti. E anche i desideri.
Lo abbiamo fatto con le nostre mani, e ora non abbiamo più una sola certezza. Tuttavia c’è l’altra faccia della medaglia, quella per cui è bello sapere che niente è a senso unico, che tutto può essere rimesso in discussione. Che “tutto” può essere “capovolto”, e che una stessa cosa può essere vista da un lato ma può anche essere guardata dall’altro, proprio con GLI OCCHI DELLO STRANIERO.

È in questo modo che ci siamo disancorati dalla nostra piccola e certa realtà per unirci al villaggio globale nato all’inizio del XX secolo, per sentirci parte di un tutto, per arrivare alla moderna società INTERCULTURALE e COSMOPOLITA. Una parola e una vertigine. Una vertigine come inserimento in un mondo che è unione di civiltà accomunate dalla stessa fonte di vita, gli stessi orizzonti, stesse mete e filosofie, stessi battiti di cuore e luci di pupilla tra strazio e gioia, stesse domande, stessi dolori, pianti, sogni e rimpianti. Non sono forse di carne anche i razzisti? Non si specchiano forse negli occhi che ognuno ha nel mondo? Non disprezzano forse loro stessi?
Questo disancoraggio da tempo e spazio che ci ha uniti tutti sotto il tetto globale deve la sua origine alla nascita dei media, purtroppo sempre più una parola che è all’antitesi della COMUNICAZIONE. Una parola e una vertigine. Una vertigine come risorsa per l’identità collettiva, come esigenza di creare una nuova collettività che oggi si chiama “società dell’informazione ma che dovrebbe chiamarsi società della comunicazione”, come scrive il prof. Bechelloni nel suo Diventare cittadini del mondo. Una vertigine come un “circolo virtuoso finalizzato alla cooperazione, in antitesi con i nuovi “mezzi di comunicazione” (come la tv) che hanno derubato questa parola del suo significato profondo. Come dice Raffaele Simone nel suo La mente al punto, i media oggi non ci permettono di riconoscere ciò che è informazione e cosa spettacolo, di distinguere tra realtà e falsità. Non sto a sottolineare la svolta epocale di quell’11 settembre che è entrato violentemente nelle nostre case, ma è importante che l’umanità come anche semplicemente l’individuo si riappropri della sua meravigliosa peculiarità: la PAROLA. Una parola e una vertigine; una vertigine come ritrovamento dell’identità perduta, dell’autoconcezione ritrovata, della risposta alle domande “Chi sono io? Chi siamo noi? Chi sono io per chi?”. Una vertigine come processo di costruzione continua, attraverso la NARRAZIONE, del proprio punto di vista sul mondo per vivere meglio il nostro presente e colonizzare il FUTURO. Una vertigine come interruzione del flusso degli eventi, come riflessione fondamentale per affrontare la vita stessa. Una vertigine come “coltivazione e comunicazione della MEMORIA collettiva” nel mondo globalizzato.

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1 Comment

  1. sarà che ho studiato le stesse cose, ma ora leggendole provo un forte senso si avversione… per la materia, non certo per te soave bloggante 🙂
    In bocca al lupo per la tesi!

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