L’eredità dell’antropologia moderna

29 05 07 by

Mi sono sempre raffigurata il reporter come qualcosa tra il giornalista e l’antropologo, ma un poco tendente verso il secondo.
Perchè in effetti il reporter è, sì, un contenitore di nozioni economiche, storiche e politiche, ma è anche uno scienziato dell’uomo, consapevole delle caratteristiche socio-culturali del gruppo che va a studiare in un determinato momento della sua storia, attento a usi e abitudini del popolo che ospita la sua curiosità.

Tuttavia egli non deve dimenticare di essere sempre, prima di tutto, un uomo. Un uomo che si fa strumento, per la conoscenza e la formazione – e non mera informazione – del mondo parallelo a cui riporta i suoi studi.
E dico studi, non notizie, perchè – come l’antropologo e a differenza del giornalista – quello che cerca il reporter non è lo scoop del giorno, la cultura in pillola, la notorietà del piccolo schermo. Egli cerca di avvicinare due mondi, nel modo più delicato ed appropriato possibile, sempre e comunque nel limite della sua fortissima – perchè auspicata – soggettività.

E ragionando su questo modello ideale di reporter, vi riporto un piccolo articolo di Alberto Salza, antropologo italiano, intitolato Io, antropologo, al primo contatto con una tribù, che a parer mio potrebbe rappresentare un perfetto vademecum del reporter.

Come si fa ad avvicinare una popolazione autoctona, che non parla la tua lingua, che vive nella capanna e che non ti ha mai visto? Come si fa a farsi accettare e a comunicare con loro? Come fanno gli antropologi? Personalmente ho il mio metodo. Vado il più possibile a piedi, senza tenda, con una semplice coperta. Come dicono i nomadi dell’Africa:”Occorre camminare cinque mesi nei sandali degli altri, prima di capire se stessi”. Per quanto mi riguarda, cerco di evitare la cosiddetta “osservazione partecipante”, una sorta di pasticcio in cui l’antropologo finge di essere come quelli che studia. Chi adotta questo metodo rischia di coprirsi di ridicolo. Tutti si divertono alle sue spalle. E un antropologo senza il senso del ridicolo è uno scienziato morto. L’importante è non fare troppo i disinvolti, non pensare di essere ciò che non si è.

Personalmente, quando mi avvicino ad un gruppo, mi rendo trasparente, mi spalmo tra i cespugli, diventando parte del paesaggio, evitando ogni attività. E aspetto il “primo contatto”. Alla fine, in genere, avviene il miracolo: l’antropologo viene adottato dai bambini, o dai matti, o dai poveri, dai marginali in genere che lo sentono come fosse uno di loro, bisognoso di tutto e di tutti, per campare. Così, nei suoi confronti, scatta la molla sociale dell’assistenza. Il mio soprannome, tra i pastori samburu del Kenya è “il poveraccio”, “il senza moglie” e “senza capre”.

Per la comunicazione, bastano all’inizio piccoli gesti neutri, che non stanno nè da una parte nè dall’altra delle due culture a contatto. Per entrare in contatto bisogna riconoscere che l’altro ha alcuni valori fondamentali che io non ho. Sono tanti gli episodi che potrei raccontare. Kenya, 1992: sulle rive del lago Turkana, alla ricerca degli okiek. Dopo venti giorni di marcia nella polvere, cerco di pulirmi; un nomade turkana, nudo, a parte le collanine che indossa, la piuma di struzzo tra i capelli e la lancia, mi guarda e dice:”Lava, lava, tanto non diventerai mai nero come me”.

Nel viaggio di Mugli,tra gli hill miri dell’Arunachal Pradesh, in India, entriamo in una “casa lunga”. Tutto scricchiola. Mi viene da pensare che i suoi servano da protezione dagli attacchi dei nemici. Rimaniamo nella casa per oltre mezz’ora. Guardiamo e tocchiamo tutto. Quando esco, dietro una catasta di crani e pelli di animali che sono ereditari e costituiscono il “patrimonio familiare”, colgo gli occhi di una ragazzina. Se ne è rimasta nascosta tutto il tempo. Mi chiedo, e dovremmo chiedercelo sempre, cosa sia passato nella sua mente alla notra vista. A ogni contatto, bisogna sempre porsi nella prospettiva contraria: “A che cosa assomiglio, io, qui?”

 

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3 Comments

  1. ABS

    “Occorre camminare cinque mesi nei sandali degli altri, prima di capire se stessi”.

    Che frase stupenda… 🙂

  2. Già… una piccola perla di saggezza! 🙂

  3. Penso che questa notizia possa interessarti 😉

    Ciao

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