Quanto costa un rene a Kathmandu

25 05 07 by

Mi domandavo quale sia la differenza tra reportage e articolo di giornale.
No, non si tratta nè di format nè di lunghezza.
Ebbene, ho parlato di cosa è il reportage e di chi è il reporter, dal mio punto di vista. Oggi voglio parlare di cosa non è reportage, di chi non è un reporter – a mio avviso, s’intende – ma solo – si fa per dire – un giornalista. Ci tengo a fare questa distinzione perchè come ho già detto quello del reporter non è un mestiere, ma uno stile di vita. Potrei rifare sempre lo stesso esempio, attraverso l’emblematico caso di Tiziano Terzani, ma non vorrei essere ripetitiva: ci sono numerosissimi “reporter nella vita”. Reporter per la vita.
Mi dispiace dissentire, ma a me, il tanto acclamato reportage di Alessandro Gilioli, Ho comprato un rene in Nepal, non è piaciuto. E’ appena uscito con L’Espresso, e racconta il suo viaggio tra Nepal ed India per sondare – con il bisturi, per carità, ma a mio parere senza cuore nè una vera clessidra – il contrabbando di organi, in questo caso di un rene.
Certo non si può negare la professionalità di questo giornalista.
Il lavoro di Gilioli è notevole: fa nomi e cognomi, incontra i nodi di una rete attraverso cui tenta di risalire alla radice di una questione complicata, racconta le espressioni facciali o gli abiti indossati dei protagonisti della sua storia, riporta i dialoghi dei momenti più significativi della sua inchiesta.
Eppure nel suo reportage, lui descrive.
No, non mostra. Descrive, ciò da cui un reporter dovrebbe tenersi lontano.
Ma visto che mi piace trovare il buono in tutte le cose, vi cito la parte che più mi ha fatto emozionare, ma soltanto per il carico emotivo intrinseco di ciò che stava dicendo, non certo per il suo stile narrativo, che ho trovato piuttosto freddo, un poco scarno rispetto a ciò che sono abituata a considerare un grande reportage.
Leggendolo, ho sentito il sapore del giornalismo di cronaca, tipo Ansa; solo, dura sette pagine anzichè sette righe.
[…] Così, poco dopo, mi ritrovo con Deepak all’Hong Kong Bazar di Kathmandu, un mercato popolare a due passi dal palazzo reale, cercando di immaginare che cosa devo comprare al ragazzo per affrontare il viaggio a Calcutta. Lui non apre bocca e guarda le merci con gli occhi sgranati. Sudarshan lo prende, anche letteralmente, per mano. Davanti a ogni bancarella quello sorride incredulo. Io penso a uno zainetto per il viaggio e lui entusiasta sceglie un falso Diesel a 250 rupie, circa tre euro. Poi mi rendo conto che in effetti non ha niente – ma proprio niente – da metterci dentro, allora gli compriamo pantaloni, camicie, calze, mutande, spazzolino, tagliaunghie, sapone… Alla bancarella delle false Nike (quattro euro il paio), Deepak agguanta le scarpe ancora allacciate e cerca di infilarsele così. Gli spieghiamo che prima deve slacciare le stringhe e lui sorride imbarazzato: in vita sua non ha mai indossato altro che infradito di plastica. Chiudiamo lo shopping con un orologino digitale – quello con le lancette non sa leggerlo – e una cintura simil Gucci a tre euro, su cui il calzolaio deve fare tre buchi in più perché Deepak sarà anche di robusta etnia Lama, ma è pure magro da far spavento. […]
Mi pare proprio che Gilioli non abbia usato altri occhi, ma i nostri, quelli di ognuno di noi. Occhi occidentali, occhi esterni.
Io, personalmente, avrei preferito sentire la storia di Deepak. Della sua esperienza. Dall’interno. Con gli occhi di chi ha visto – Gilioli lo ha fatto – cosa vuol dire vendere un proprio rene. Non comprarlo, da veri “turisti dell’informazione”.

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2 Comments

  1. Sul reportage ho avuto più o meno la tua stessa impressione… ma è pur vero che il giornalismo quando si avvicina alla “cronaca” non può che assumere questo senso di distacco sbrigativo che è lontano chilometri da quello antropologico! In altri termini, da te che hai la passione per l’antropologia non ci si potrebbe aspettare un’altra sensazione:)

    E’ come un jazzista che si trova ad ascoltare un concerto hip hop: la prima cosa che nota è la carenza di improvvisazione strumentale! Ma infondo non è cattiva musica, è solo un altro genere…

    Saluti, Anto.

  2. Esatto, è quello che ho cercato di dire: è un’altra cosa: è solo un altro genere…

    Grazie mille per esserti pronunciato a riguardo!
    A presto 🙂

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