Gli occhi del cielo

6 05 07 by

Limitato nella sua natura, infinito nei suoi desideri, l’uomo è un dio caduto che ricorda il cielo, diceva Alphonse de Lamartine. Così ci si svela, in modo semplice e diretto, il rapporto tra il trascendente del cielo e l’immanente dell’uomo, che fin dalle sue origini, alzando gli occhi, si è sentito piccolo, terreno, fragile e volubile. Da quel momento ha cominciato ad attribuire, a quel meraviglioso spazio da lui irraggiungibile, la nascita, l’origine di tutto, la vita, ma anche la morte.
E’ con la grandezza del cielo sulla testa che l’uomo ha scoperto la fede, riponendovi le sue speranze, i suoi timori e le sue passioni. In una sola parola, gli dèi.
E’ incredibile
notare come i popoli della Terra, seppur separati da lontananze impercorribili e culture assai differenti, abbiano trovato le stesse interpretazioni e gli stessi rapporti tra il cielo e la loro spiritualità.

Non esiste una religione, infatti, al mondo, che non preveda il cielo come dimora degli dèi o come dio esso stesso, ed è assai frequente che rappresenti anche la condizione d’essere dopo la morte. Concezione che non si ritrova, ad esempio, in alcune tribù dell’Africa – come i Kundu del Camerun – che considerano il sottosuolo come dimora dei defunti, mentre attribuiscono al cielo la sorte di chi muore all’improvviso, o ferito. Gli antichi cinesi invece credevano che l’uomo avesse due anime: il p’o e il hun: dopo la morte il hun saliva al cielo, mentre il p’o abitava con il cadavere nella tomba e si nutriva di offerte fatte al defunto.

Nel Vecchio Testamento il cielo è la residenza del dio ebraico Yahweh, mentre nel Nuovo Testamento è il luogo in cui tutti i credenti si riuniranno in gloria con Gesù Cristo, dopo l’ultimo giudizio. Il cielo è ovunque considerato come una condizione di benedizione assoluta. In Africa, ad esempio, il concetto di Essere Supremo risale alla personificazione del cielo diurno e notturno.
In Cina il Signore del cielo, chiamato in modo più completo Shangti («il supremo imperatore dell’augusto cielo»), è indicato nelle antiche scritture cinesi come un gigante che abita nell’Orsa maggiore, protegge gli stati ed i re, punisce i delitti, protegge e vendica gli innocenti, accoglie giuramenti e preghiere.

Molto interessante è notare come sia il medesimo anche il rapporto tra il cielo e la terra: il primo, rappresentato dal cerchio, è la perfezione del dio, mentre la seconda, rappresentata dal quadrato, delinea i limiti dell’uomo. Perché il cielo si muove con un movimento circolare?, si chiedeva Plotino: perché imita l’intelligenza è la sua risposta.
Il Paradiso terrestre, nel Cristianesimo, era circolare. Il passaggio dal quadrato al cerchio, in Cina, rappresenta il passaggio dalla cristallizzazione spaziale al nirvana, dalla Terra al Cielo, secondo la terminologia del mandala.


Cielo e Terra diventano quindi gli interpreti degli opposti che permettono il vitale equilibrio del mondo: lo spirituale e il materiale, il femminile
e il maschile, lo ying e lo yang, in India. E l’uomo deve lottare durante tutta la vita per riequilibrare queste due forze, in modo da vivere in maniera retta e raggiungere la felicità.
Ecco che il significato del cielo si rispecchia nel suo inserimento dinamico nel cosmo, nella sua causalità, nella sua esemplarità e nel suo ruolo provvidenziale.
E’ il simbolo della divinità china sulla creazione, in quanto produce, regola e ordina la vita.

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1 Comment

  1. A proposito di cerchi e simboli “religiosi” tondi. Ci sarebbe Ouroboros, un serpente (o drago a seconda delle tradizioni che lo usano) che si morde la coda. Nelle varie interpretazioni ha significato: la ciclicità dell’universo, che finisce dove ha inizio (o inizia dove ha fine, dipende dai punti di vista 🙂 ), per gli gnostici l’eternità, per i cristiani delimitava il mondo terreno da quello celeste (fuori dal cerchio rappresentato dal serpente/drago), ma si ritrova in molte culture dall’oriente all’america latina precolombiana, quindi è probabilmente un’immagine archetipica.
    Lo spiega bene Wikipedia, ma la pagina inglese; quella italiana è scarsa.

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