Reportage ante-litteram

24 04 07 by

Nonostante la degenerazione e l’imbarbarimento della civiltà umana ereditati dal progresso, che ci fa guardare al futuro con pessimismo ed al passato – per certi aspetti – con nostalgia e rispetto, per il reportage c’è stato un percorso inverso. È uno degli ambiti, quindi, in cui l’umanità è andata migliorandosi anziché perdersi.
Fino alla seconda metà del Novecento, salvo qualche eccezione, viaggiatori ed esploratori in giro per il mondo non cercavano di “sentire” i luoghi ed i loro popoli, non si immedesimavano negli altri mondi con lo spirito del “conservatore di culture”, del “riportatore” di diversità e bellezza. Erano descrittori di luoghi, non narratori di storie, di umanità. Non si svuotavano per essere riempiti dal nuovo, non si spogliavano dei loro vestiti per indossare la sensazione dell’altro. Mantenevano gli occhi della loro società di partenza e spesso vestivano con paure e pregiudizi accecanti, che non permettevano loro di migliorarsi o di entrare in contatto con culture diverse.

I testi di quei primi esploratori sono stati estrapolati dai loro diari di viaggio personali e di conseguenza sono caratterizzati da un forte lirismo. A volte testimoniano impressioni di stupore e meraviglia, ma più spesso il disgusto dei viaggiatori occidentali intenti ad esportare il loro stile di vita. Applicando, quindi, come unità di misura, le visioni politiche, religiose e sociali proprie della società da cui arrivavano. Per “salvare” gli incivili.
Sono testi che vanno letti con la consapevolezza del contesto storico in cui sono nati, quando il mondo era per metà colonizzato, in cui erano molto lontani i concetti di pari dignità dei popoli e dell’autodeterminazione. Ed anche dove si legge tra le righe il fascino di luoghi esotici, vi è comunque un desiderio ostinato di colonizzazione.
Ecco quello che scrisse W. Hepworth Dixon durante il suo viaggio negli Stati Uniti d’America nel 1875. In questi frammenti parla rispettivamente della California, del Nevada e del Texas. Il suo libro si chiama La conquista bianca.

[…] Convien prendere l’indiano per quello che è: un rudero della natura, come l’altare di San Carlos è un rudero dell’arte. Pagategli un franco di whisky, e vi racconterà la sua storia, ch’è al tempo stesso un frammento della storia della sua tribù. Gl’Indiani non hanno né terra né bestiame: tutto è sgusciato dalle loro mani. Nessun indiano ha diritto di voto o di esercitare un pubblico ufficio. Le tribù sono vincolate a certi luoghi, chiuse come bestiame in un parco; ogni indigeno che oltrepassi il confine assegnato, è inseguito, legato, e ricondotto a sferzate al vecchio posto. […]

[…] Paragonati agli Apasci, ai Kickapu e ai Kiowa, gli Uti sono una tr ibù meschina, scavatori di radici, cacciatori di sorci; eppure il più vile di loro – un cane incapace di vendicare un’offesa di sangue – è prode abbastanza per battere e inferocire contro una ragazza. […] Dieci anni fa tutto questo tratto di paese, con circa 640 km di strade, apparteneva a tribù indipendenti di Uti e Scioscioni, i cui antenati pagani avevano cacciato il bufalo, fatto la pace e la guerra, proseguita la vendetta, dalle montagne coperte di nevi fino alle valli bagnate dal fiume e alle cascate. Oggi queste tribù non possiedono un solo acro degli antichi terreni di caccia. […]

[…] Alcuni accusano i negri come il mal genio del paese, imputandoli di propendere agli atti di violenza, di abusare di ogni favore ricevuto, e di avere strema antipatia all’ordine di famiglia e alle arti domestiche. In queste accuse ci sono alcuni grani di verità. Il negro, come vive nel Texas, è un selvaggio, ma senza le virtù di un Cherokese. Indomito al giogo, egli difficilmente capisce il significato di un codice morale, di un patto sociale, o di una legge di famiglia. […]

Ecco invece quello che scrisse il dottor Saffray in Bolivia, nel 1869, nel suo libro Viaggio alla Nuova Granata.

[…] Vorrei chiamare l’attenzione degli Europei su questa parte dell’America così degna di interesse. Vorrei affrettare il giorno in cui la Bolivia, aiutata dall’Europa, avrà al suo servizio non solo, come ai tempi primitivi, muli e buoi, dal passo tranquillo e lento, ma quei docili servitori dei tempi moderni che attraversano le montagne trasportando centinaia di tonnellate di mercanzie e migliaia di viaggiatori. Possa il fischio acuto e il rumoroso respiro delle locomotive risuonare nelle solitudini silenziose dell’Atacama, e ben presto la Bolivia vedrà aprirsi per i suoi figli un’era nuova di ricchezza e di prosperità senza limiti. […]

Ai posteri l’ardua sentenza.

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