Si scrive Rumiz, si pronuncia Mito

23 04 07 by

Come non nominare il grande Paolo Rumiz? Un uomo che ogni anno, a piedi o in bicicletta, percorre i sentieri più nascosti della nostra intimità, partendo dal basso della terra calpestabile, della strada percorribile. Uno straordinario reporter fuori dagli schemi che non può mancare se solo si nomina il reportage italiano.
Quello che vi propongo è una minima parte – tratta dall’introduzione – del suo più celebre lavoro, La Gerusalemme Perduta, che ha realizzato insieme alla sua eccellente fotografa Monika Bulaj, percorrendo seimila chilometri in tre mesi. Dall’Italia a Gerusalemme, appunto, passando per la Turchia e l’Anatolia…

 

GERUSALEMME – Scende la notte, quasi più nessuno tra le vecchie mura. Solo ombre che passano in silenzio, monaci incappucciati che sbucano da un’arcata per sparire in una laterale. Sulla “Via Dolorosa” un uomo trascina una croce per penitenza, o forse per grazia ricevuta. Lontano, il suono di un organo. Il resto è gatti che frugano nelle immondizie, botteghe sprangate, il grande sonno del suk. Tacciono i muezzin e le campane. Tacciono gli ebrei, che non fanno mai rumore. Di notte, passata l’orda dei turisti, la città santa esce dal tempo. […]

Le immagini tornano. Le ultime città bianche a picco sulla pianura piena di messi, là dove il Tigri esce dalle montagne. La grande Luna mediterranea, ferma sopra un gigantesco ulivo macedone, un patriarca più vecchio di Cristo e capace di dare ancora frutto. Le notti del deserto, ardenti e piene di stelle. Un sotterraneo di Milano pieno di enigmi. Un sigaro fumato con i pastori, nelle praterie di Abramo. E l’alba dopo un temporale, purissima, sul Monte Nebo, dove Mosé morì in vista della Terra Promessa. Mi chiedo se saprò raccontare tutto questo. […]

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