Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia ancora da raccontare.

20 03 07 by

Oggi è l’anniversario dell’omicidio di Ilaria e Miran, avvenuto il 20 marzo del 1994.

Per mantenere vivo il loro ricordo e per omaggiare la grande e nobile causa per cui sono morti – la verità – pubblico l’articolo con cui ho partecipato al concorso.

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sapevano.

Avevano deciso che la loro vita valeva di più, che la verità doveva venire a galla perché quella era la loro missione. Una missione fatta di pace, di giustizia, di nomi e cifre, di documenti segreti e luoghi inarrivabili. Di rispetto e spirito di servizio.

Purtroppo, anche di fiducia negli uomini.

L’11 Marzo del 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin partono da Pisa per Mogadiscio, dove restano quattro giorni seguendo i fatti politici come inviati del Tg3, alloggiando all’hotel Sahafi. Cinque giorni dopo, nonostante la partenza del contingente italiano che lascia Mogadiscio, i due giornalisti decidono di posticipare il ritorno a casa di qualche giorno per una questione scottante su cui Ilaria sta lavorando da molto tempo. Partono quindi per l’ultimo grande tassello mancante, dopo anni di documentazione, per ricostruire finalmente gli intrecci del traffico di rifiuti tossici e di armi, già attivo ai tempi del governo di Siad Barre, che proprio in questo periodo convergono entrambi nel nord della Somalia.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra attorno alla capitale per seguire il movimento ed il clamore, Ilaria e Miran, partono per il nord, verso il centro economico e finanziario della regione nord-orientale del Paese. Sono diretti a Bosaso, sulle tracce della Farah Omar, la nave Shifco che è stata sequestrata con tre italiani a bordo. Un viaggio preparato da tempo, come testimoniano diversi appunti che la stessa Ilaria aveva scritto a riguardo, come questo, trovato sulla sua scrivania al Tg3: “Bosaso, Mugne, Shifco, 1400 miliardi (fondi Fai) di lire… dove è finita questa impressionante mole di denaro”.

Insieme a Massimo Alberizzi del Corriere della Sera, Ilaria aveva fatto molte interviste per la questione della società Shifco, soprattutto sulla truffa di 350 mila dollari alla Banca d’Italia. Ma sul traffico d’armi, ancora nulla. La passione per la documentazione e la professionalità di Ilaria e Miran li portano dal sultano di Bosaso, un somalo di nome Abdullahi Mussa Bogar. Durante questa intervista, durata tre ore, Ilaria incalza con provocanti domande mirate, colme di dettagli che provano l’estrema conoscenza della giornalista sulle questioni più calde. Intanto Miran riprende tutta la scena con la sua telecamera, compreso l’imbarazzo dell’intervistato e la sua difficoltà a tenere testa ai nomi ed alle cifre che Ilaria pronuncia. E’ evidente in queste riprese, quanto Ilaria Alpi stesse mettendo in difficoltà il sultano con le sue domande e le sue pretese, come ad esempio quella di salire sulla nave incriminata per verificare il contenuto del trasporto.

Da questa intervista è emerso con certezza documentata che le navi della Shifco, di cui è proprietario Omar Mugne, esportano il pesce dalla Somalia e tornano indietro con un carico di armi. Lo scopo di Ilaria è scoprire da dove arrivano quelle armi. Un altro argomento toccato nell’intervista è quello dei rifiuti tossici insabbiati durante la costruzione della strada Garoe-Bosaso, sia secondo le documentate domande di Ilaria che secondo “la gente” di cui parla il sultano.

Appena prima di partire, Ilaria intervista anche Faduma Mohamed Mamud: subito dopo telefona al suo caporedattore, Massimo Loche, e gli anticipa di avere in mano “cose molto grosse” per il servizio della sera.

È risaputo che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sarebbero tornati a Mogadiscio il 20 marzo (con sei guardie del corpo più l’autista) ma nessuno, una volta arrivati all’aeroporto di Mogadiscio, li informa del pericolo di un attacco mirato a dei giornalisti (notizia che non avevano potuto apprendere perché a Bosaso), e anzi qualcuno dice loro di recarsi all’hotel Hamana. Appena arrivata all’Hamana, Ilaria riceve una telefonata da Giancarlo Marocchino, amico e autotrasportatore italiano che sta a Mogadiscio da molti anni, che le chiede di recarsi subito a casa sua. Con una sola guardia del corpo si dirigono quindi dall’italiano.

È a poche centinaia di metri dall’Hamana che, verso le 14.30, una jeep (che era stata già vista ad un posto di blocco seguire l’auto dei due giornalisti), con a bordo sei somali armati, taglia la strada alla pick up di Ilaria e Miran, completamente disarmati. Nessuno scontro a fuoco, nessuna raffica di mitragliatore: due colpi di pistola alla testa. Uno per Miran, un altro per Ilaria. A bruciapelo. Nessun tentativo di rapina ma un’esecuzione in vero stile mafioso: la dinamica dell’agguato è del tutto anomalo per la Somalia, dove regna una situazione di illegalità generalizzata. L’autista e l’uomo di scorta, come ulteriore conferma, si salvano. Il Marocchino è uno dei primi ad arrivare sul luogo del delitto e provvede a trasportare i corpi al Porto Vecchio perché siano imbarcati sulla nave Garibaldi.

Tredici lunghi anni sono passati da quel pomeriggio, e nessuna verità sul caso Ilaria Alpi è stata portata alla luce. Al contrario, sono stati tredici anni di insabbiamenti, menzogne e tradimenti, durante i quali le poche certezze che si avevano riguardo la vicenda sono state eliminate, spudoratamente contraddette e ribaltate in favore delle tesi del terrorismo o addirittura della casualità. Sono stati violati i bagagli di Ilaria, molti block notes sono spariti insieme alla sua macchina fotografica e alle cassette relative a Bosaso.

Molte persone sono morte dopo il duplice omicidio Alpi-Hrovatin, tutte in qualche modo collegate alla vicenda e misteriosamente scomparse (alcune dopo diversi anni): l’autista Sid Ali Mohamed Abdi, il colonnello Awes (capo della sicurezza dell’albergo Hamana), la presidentessa dell’associazione delle donne somale Starlin Harushe, il colonnello Ali Jiro Shermarke, l’operatore dell’ABC Carlo Mavroleon e molti altri, come uno degli uomini di scorta del Marocchino.

Tredici lunghi anni segnati dal tenace lavoro dei genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana Alpi, che mantengono vivo il ricordo della loro unica figlia attraverso il tragico puzzle che hanno costruito giorno dopo giorno, anno dopo anno, continuando ad alimentare il rispetto per il lavoro dei due giornalisti assassinati. Troppe volte un lavoro sottovalutato, spesso denigrato, ed ancora non abbastanza raccontato.

 

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6 Comments

  1. Inka

    Non c’entra una cippa e me ne scuso, ma non vieni a cena MeG? Vedi fadders.net

  2. gio

    bello, brava…ben scritto senza fronzoli come un bell’articolo deve essere, ma arrivi direttamente ai punti che contano, e fa scattare moti di commozione e di rabbia come una storia simile deve fare….
    che mondo schifoso, purtroppo…e quanti ilaria e miran a giro per il mondo di cui non sappiamo niente…..ma tutto cio’ che si puo’ fare è resistere continuare ad impegnarsi, e non abbandonare mai la fede in un mondo migliore…credere in cio’ a dispetto del marcio….piu’ siamo, anche nel nostro piccolo, piu’ nn l’avranno vinta…

  3. la verità vince sempre… spero! forse ci vorrà qualche anno ancora ma il loro lavoro e la loro vita saranno in qualche modo ricompensati.

  4. Alberz

    E’ vero che il loro lavoro e la loro vita verranno ricompensati, anche solo nell’ammirazione che tutti abbiamo verso loro ( e verso quelli come loro), negli sforzi che si fanno per non dimenticare (vedi questo concorso) e per trovare la verità. Il loro lavoro verra ricompensato ogni volta che un ragazzo, leggendo la loro storia, capisce che esistono altri valori oltre che il denaro e il successo effimero. Purtroppo però non credo che la verità vinca sempre. Come dice giustamente gio: quanti Ilaria e Miran in giro per il mondo di cui non sappiamo nulla. Bisogna pero resistere, limitare al massimo e mai come adesso ne abbiamo le possibilità. Senza il blog di Kindlerya per esempio, molti di noi non avrebbero conosciuto bene la storia e questo penso sia gia qualcosa.
    Bello l’articolo.

  5. Brava Valeria, una ricostruzione molto interessante, che contribuisce a tenere viva la memoria di questi due coraggiosi giornalisti, come al solito scritta splendidamente.

    PS: Parlando di giornaliste coraggiose e di inchieste sociali ed economiche importanti , da domenica comincia la nuova serie di Report di Milena Gabanelli

  6. Spero di aver dato un minimo contributo per tenere viva la loro memoria. Grazie a tutti per i commenti lusinghieri, anche se non ho proprio dato il massimo di me stessa per scrivere questo articolo, avendogli dedicato il tempo che mi rimaneva dai mille impegni della prima settimana di marzo…

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