In ricordo di Dawson, la città fantasma

24 11 06 by

Una intera società, fatta di case, palazzi, banche, ospedali, chiese, palestre, hotels, scuole, negozi, lavoratori. Lavoratori italiani. Minatori. Intere generazioni, strade, cinema, teatri, clubs e associazioni. Una città fatta di mattoni veri, di pietre, di uomini, di sacrificio. Di carbone: nella prima metà del Novecento questa città produceva un sesto del carbone degli Stati Uniti.

 

Era una città come tutte le altre, Dawson, nel New Mexico, ma una cosa la distingueva: era proprietà di un’azienda. Tutto, a Dawson, era proprietà della Phelps Dodge Corporation: insieme alla miniera, le case, gli edifici, le strade, il pane, lo zucchero, il ferro. Anche i residenti. E la società americana al cui vertice era Rockefeller si era prontamente preoccupata anche di educare i loro bambini. Nelle sue scuole di carbone. Gli abitanti di Dawson venivano forniti gratuitamente di tutto il necessario per vivere, ma non avevano niente. E non potevano avere niente, perché la paga che ricevevano veniva loro trattenuta come tassa.



Il 22 ottobre del 1913, poco dopo le 15, un gravissimo incidente nella miniera uccise centinaia di minatori, per la maggior parte italiani, e le loro famiglie – a quel punto solo dei pesi – erano costretti ad andare via dalla città. L’8 febbraio del 1923, poco dopo le 14, un altra tragedia colpì la città, e altre centinaia di lavoratori persero la vita. Finchè nel 1950 una lettera arrivò ad ognuno dei residenti-lavoratori della Phelps Dodge. Ognuno di loro la aprì. In meno di due mesi presero quel che poterono e se ne andarono. Dovettero lasciare tutto. La padrona aveva deciso: la miniera sarebbe stata chiusa e quindi the “Company town” doveva essere chiusa con essa.

 

Tutta la città fu fisicamente cancellata, sia nella sua fisionomia – gli edifici furono distrutti e portati via, niente di ciò che era una città fu lasciato – sia sulle mappe geografiche. Solo il cimitero rimase. Dove ancora riposano le vittime delle tragedie, contrassegnate da croci bianche che escono dal terreno. Ormai un terreno selvaggio, di campagna, un paesaggio naturale, che non lascia affatto immaginare che proprio al posto di questi alberi, poco tempo fa, sorgeva un’intera città.



Da allora i cittadini licenziati di Dawson, le loro famiglie, e ogg
i i loro discendenti, si riuniscono in quel prato a tenere viva la memoria della loro assurda storia. Ma quel che è ancora più assurdo, è vedere come questi discendenti delle tragedie non provino sentimenti di amarezza, di disdegno, di rivendicazione – né cercano responsabili o verità – , ma conservino tuttora la gratitudine per quella Società che tanto gli aveva offerto.

Ma cosa si può pretendere, da delle persone che sono state allevate, cresciute ed educate – se vogliamo, anche originate – dalla stessa Phelps Dodge? E cosa si può pretendere da un governo – come quello del New Mexico, che in tutto questo resta omertoso – che dall’economia di una tale azienda non può prescindere?

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