Vita da pendolari fuori sede

20 09 06 by

Devo ammetterlo, sono profondamente invidiosa.
Invidiosa degli altri studenti fuori sede, quelli che non sono sardi, quelli che vengono a studiare nella bella Firenze dal Sud, o da qualche città del Nord, ancora meglio da altri paesini toscani. Tuttavia la mia invidia si scaglia soprattutto contro gli studenti meridionali, semplicemente perchè la loro situazione è la più vicina alla mia; ma nonostante essi debbano sopportare moltissime ore di treno per poter tornare a casa, sono ignari del flagello che incombe su noi sardi: l’avventura della nave. Già, perchè mentre un siciliano si mette sul treno o sul pullman a Firenze e scende a casa dopo circa dieci ore, magari di sonno, un sardo (dovendo scartare l’aereo per cause di forza maggiore, come i 190 euro per sola-andata) si mette sul treno a Firenze e quello è solo l’inizio di un’interminabile avventura che, se tutto va bene, finisce il giorno seguente.
Nonostante le peculiarità culturali in Sardegna siano studiate dagli antropologi di tutto il mondo, per alcune cose sardi ed italiani trovano punti in comune molto forti. Ad esempio, il fatto che tutti gli studenti italiani “fuori sede”, rispetto al resto degli europei, tornano al luogo d’origine non appena possibile. C’è un’infinità di pendolari, mascherati da studenti fuori sede con stanze in affitto e abbonamenti per i trasporti pubblici.

Noi sardi viviamo il distacco dalla nostra terra in modo molto tragico. È un cordone ombelicale che non viene mai tagliato, il nostro rapporto con la Sardegna è qualcosa di magico ed ipnotico allo stesso tempo. È molto diverso dalla nostalgia e dalla mancanza di comodità degli altri studenti fuori sede che tornano a casa: è un lutto che non si supera, una sensazione di permanente separazione, un disagio fisico che non si cura.
A volte, un forte senso di colpa quotidiano verso qualcosa di essenziale, di vitale, di millenario.
Ecco perchè, sebbene non quadrino i programmi, non incastrino le date, non combacino gli impegni, si prende e si parte. È un richiamo, e un sardo non dice mai di no alla sua terra.
La valigia, la maggior parte delle volte la si ha già pronta sotto il letto. Ma quando la partenza arriva proprio a sorpresa, l’emozione è tanta che non ci si mette più di sette minuti, “tanto – si pensa – lì ho tutto”. Perchè non ti interessa se avrai la tua camicia alla moda, o il caricabatteria, o lo spazzolino da denti: la Sardegna ti restituisce tutto quello che puoi desiderare. Il cielo, il mare, l’aria, il profumo della terra, le viuzze e le casette. Col sole o con la pioggia, poco importa. Entrambi i climi rendono speciale l’isola.
E mentre ti gusti queste visioni, scendi dall’autobus dell’Ataf. Santa Maria Novella è sempre lì, imponente, con il suo stile fascista e possente, di un marrone inquinato e di un nero mortale. E tu sei dannatamente in anticipo anche questa volta. Sono le 17:40. La pittoresca e tipica puzza della stazione centrale di Firenze ti assale, e da quel momento ti accompagnerà fino a casa, il giorno dopo, aggrappandosi ai tuoi vestiti. Arrivi alla macchinetta per il FastTicket e davanti a te c’è sistematicamente un idiota che non la sa usare. Ma non te la prendi, perchè è solamente un povero coraggioso e tuttavia ambizioso che ci vuole provare, per evitare la lunghissima fila a forma di intestino umano che hanno organizzato davanti alle biglietterie, in cui lavorano uomini e donne che fingono di essere degli automi incompetenti ma in realtà sono persone come te, che forse si stanno semplicemente difendendo da un lavoro che altrimenti li ucciderebbe.
Se sei diligente e ti sei preparato in contanti la quota giusta, Trenitalia sarà gentile con te. Ma se non lo fai e devi ricevere il resto, sono guai.

Trenitalia è così cortese che ti permette di soggiornare molto tempo nella sala della stazione, in piedi, prima di riuscire a conoscere il binario al quale appropinquarti. Pochi minuti prima della partenza del treno, finalmente, si materializza un 3 o un 4 e allora capisci, per l’ennesima volta, che il treno per Livorno lo fanno arrivare sempre al binario più lontano. Allora ti rassegni al fatto che devi marciare un po’ prima di iniziare la Guerra dei Sedili.
Sono le 18:27. Il treno regionale parte piano, come un bruco asmatico.
Ecco il popolo dei disperati di Trenitalia: pendolari di ogni tipo, studenti, lavoratori, immigrati, affezionati, controllori e funzionari. Un popolo a tutti gli effetti che ha una lingua comune e una Cultura del Sedile, fatta di regole non scritte che non somigliano affatto a quelle ufficiali.
Regola numero uno. Conoscere alla perfezione le tratte: quelle in cui il controllore controlla e quelle in cui vi è anarchia totale, le fermate in cui sale la valanga dei rumorosi e quelle in cui si accumula ritardo. Regola numero due. Riempire i sedili vicini con le valige. Se qualcuno chiede di sedersi si vedrà, in seguito a una mini-verifica del candidato. Regola numero tre. Cercare con tutte le proprie forze di resistere e non entrare in quel gabinetto. Se proprio non si può evitare, andarci nelle tratte senza galleria. Regola numero quattro. Appena passa qualche personaggio vestito di verde o di blu (o di entrambi i colori) tirare giù velocemente i piedi dal sedile davanti. Regola numero cinque. Appena il vagone è abbastanza pieno, provare tutte le suonerie del cellulare. Regola numero sei. Non appoggiare assolutamente la testa al poggiatesta. Lo dice la parola stessa. Regola numero sette. Aprire il giornale per non far capire che state osservando proprio tutto. Regola numero otto. Dopo avere bene chiara tutta la situazione del vagone, tirare fuori il panino alla cotoletta e strafogarlo. Regola numero nove. Mai dare segni di coinvolgimento emotivo verso gli altri passeggeri. Regola numero dieci. All’arrivo, precipitarsi alle porte scorrevoli in apnea (per non essere colpiti da odori indiscreti in mezzo alla calca assatanata) e scartavetrarsi fuori dal vagone. Stare attenti a non sbagliare parte per uscire.

I paesaggi che scorrono dietro i vetroni del vagone sono molto suggestivi, la Toscana ha un fascino da favola antica, come fosse dipinta con matite colorate.
Nel sedile dietro il tuo c’è una donna che per un’ora e mezza non smette di parlare al telefono. Parla a voce molto alta, non riesci a fare a meno di ascoltare ciò che dice e non riesci a leggere. Più in là davanti a te c’è un gruppo di studenti stranieri, forse una gita, con delle ragazze molto belle, acqua e sapone, e vestiti sgargianti. Una donna tutta vestita di bianco con una bambina tutta vestita di bianco stanno al finestrino, e tenendolo aperto per tutta la durata del viaggio, stanno lì a prender vento al viso. Ecco perchè ora hai mal di testa, hai anche freddo e non vedi l’ora di scendere, non vedi l’ora che tutto quanto finisca. Eppure manca ancora una lunga nottata.
Dopo una ventina di fermate intermedie, alle 19:50 il treno si ferma a Livorno Centrale. Scendi dal treno e scendi ancora le scale, fino al corridoio sotterraneo che poi ti reindirizza in alto, verso l’uscita, in piazza Dante. Ormai è buio e inizi ad essere impaziente di arrivare al porto in tempo per salpare.
Piazza Dante accoglie autobus e taxi, raggruppati gli uni lontani dagli altri, come se i taxi bianchi avessero la puzza sotto il naso e non condividessero neanche la strada con i comuni mortali arancioni. Quasi tutti gli autobus arrivano in Piazza Grande, che è molto più piccola della piazza che ha appena accanto, ma si chiama così. Una volta arrivato a Piazza Grande devi attendere un altro autobus, il numero tre, oppure uno di quei bussini ecologici (che poi sono elettrici) di cui la Toscana va tanto fiera. Il numero tre è l’unico che ti porta direttamente alla stazione marittima (anzi, ti lascia appena fuori, come se poi dovessi suonare il campanello del porto), e passa di rado. Così ti siedi sul muretto di fronte alla fermata dell’Atl e aspetti, inebriato e tentato dalle insegne luminose del Mc Donald alle tue spalle. Tiri fuori un toast made-in-domo dallo zaino. Sono le 20:35 e proprio quando inizi a pensare che avresti fatto meglio a prendere il taxi, quello bianco un po’ snob, arriva il fatidico numero tre.

Arrivi al porto giusto in tempo, cammini per qualche lungo e interminabile minuto, con valige, portatile e tutto il resto, e finalmente, come i cancelli del paradiso, come la notizia della salvezza, arrivi alla biglietteria della Moby. La Moby è un po’ diversa dalla Trenitalia. La Trenitalia è l’unica Ferrovia Di Stato, è rilassata, è tranquilla perchè c’è solo lei. La Moby invece è una grandissima azienda privata; è meno rilassata, sta più attenta a customer satisfaction e pulizia, ma è tranquilla anche lei in fondo perchè nella navigazione, in teoria, c’è la libera concorrenza, ma in pratica c’è solo lei. Né la Tirrenia né la Grimaldi passano per la Toscana; la Linea dei Golfi non passa per il porto centrale di Livorno ma da Varco Galvani (un porto industriale irraggiungibile per chi non ha un’auto) o da Piombino (difficilmente collegato tramite ferrovie).
La Trenitalia è scorretta già nelle regole scritte fin dall’alba dei tempi, la Trenitalia ha firmato un contratto con gli italiani, che dice che siamo carne da macello. E gli italiani, a loro volta, hanno firmato. Ma la Moby ha fatto credere agli italiani che sono re e regine, ed i loro figli principi e principesse. Quando un principe o una principessa non può permettersi una cabina per dormire però, la Moby li fa dormire per terra, su una moquet lurida, per quaranta euro. E quando un principe o una principessa non ha la residenza in Sardegna, e non può permettersi una cabina per dormire, la Moby li fa dormire per terra, su una moquet lurida, per più di sessanta euro.
Però è l’unico modo per tornare a casa, e allora la Trenitalia e la Moby sono le tue migliori amiche. Per una lunga, interminabile, notte.

Arrivi alla bocca della balena azzurra e bianca come se fossi un microorganismo monocellulare, ti senti piccolo e indifeso, perchè arrivi così, disarmato, senza nessuno, senza auto, solo tu, appena arrivato da Santa Maria Novella con il treno regionale. È buio. Fai la gincana tra la fila enorme di macchine che si stanno imbarcando e finalmente arrivi a destinazione: l’ennesima fila, quella di altre persone piccole come te che aspettano di avere il visto del marinaio per salire. È qui che capisci di essere praticamente arrivato in un altro mondo: l’accento sardo è ovunque, senza ritegno.
Sali e ti senti davvero un principe, perchè i Looney Toons ti dicono Benvenuto in tutte le lingue, ma proprio tutte, con tanti colori, per tutta la durata delle scale mobili.
Ancora uno sforzo ed è finita: due piani sopra ci sono i divanetti della zona bimbi, quella dove c’è un chiasso infernale di marmocchi eccitati fino alle due di notte, e dove trasmettono cartoni animati dei Looney Toons fino all’arrivo, la mattina dopo (per fortuna senza audio).
Il personale proviene per intero dal Sud Italia, ma ha sviluppato un linguaggio diverso dai loro luoghi d’origine, un linguaggio che si è evoluto nel lavoro dei marinai, nel suono del mare, nella fatica delle scialuppe. Parla una lingua comune solo a se stesso, il personale: laggiù, nel Sud Italia, nessuno li capirebbe più. Sono degli organismi modificati nella cattività della Moby Drea, della Moby Fantasy, della Moby Freedom, della Moby Aki e così via.

Ore 21:00: telefonata a mamma di conforto, perchè in questo viaggio non si sa mai se si arriva a destinazione, come ci si arriva, e soprattutto quando. Tiri un sospiro di sollievo e le dici: “Ciao mamma, sono già sulla nave”.
Intorno ci sono altri studenti “pendolari” fuori sede, di quelli chiassosi della zona di Cagliari, che non puoi fare a meno di detestare, ma almeno sono familiari. Le coppie di persone adulte un po’ in là con gli anni si rintanano tempestivamente nelle proprie cabine, quindi li vedi alle scale e poi non li vedi più. Poi ci sono i turisti, quelli che rimangono biondi anche a settembre, i bambini che sono pieni di scottante adrenalina perchè “vanno in Sardegna” e non stanno fermi un attimo.
Squadri la situazione, cerchi di rilassarti e addenti qualcos’altro made-in-domo – perchè per mangiare alla Moby piuttosto investi nell’immobiliare.
Giusto in tempo, la nave parte alle 22:00. La balenottera azzurra colpisce ancora.

Ora c’è solo da sopravvivere al gelo dell’aria condizionata e alle luci accecanti durante tutta la notte. Entrambe le cose ti impediscono di prendere sonno per molto tempo. Quando finalmente riesci ad addormentarti, dopo dieci minuti, un irritante messaggio di sveglia viene fatto partire per tutta la nave. Sono le 6:00. La Moby è così premurosa che ti sveglia un’ora prima di farti scendere. Poi ti ammassa al ponte Sei, davanti al box informazioni, e si diverte come con delle marionette a dire (in tutte le lingue) chi deve scendere in garage, chi può uscire, chi deve aspettare, e quanto aspettare. Si diverte. Come fossimo pupazzetti e bamboline.
Tutto questo ti ha reso esausto. Ma quando esci da quella nave che hai tanto odiato, senti il profumo della tua terra e vedi il viso della tua mamma, e non chiedi altro. That’s amore.

 

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3 Comments

  1. Meno male che ora c’è la Ryanair… 😀

  2. Ho fatto un giro in questo blog e in tutti gli altri tuoi link…
    Complimenti per tutto! Questo dimostra che con la tenacia e la passione si può fare tutto (o quasi).

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