Il ladro di fiori

3 11 05 by

[Roma, sei del mattino, quasi primavera. È ancora inverno, c’è un freddo pungente, ma dalle foglie sui rami si capisce che sta per arrivare. La primavera. Il sole ancora non è sorto, ma c’è una luce nell’aria, fioca e intensa allo stesso tempo. Solo il rumore delle macchine pulitrici della strada rompono il silenzio. Un uomo, avvolto da un cappotto lungo e nero, cammina per la strada che porta alla chiesa, dove due signore inginocchiate pregano, o forse dormono. L’uomo entra, percorre la navata centrale fino a metà e poi devia sulla destra, sparendo nella navata secondaria, che percorre fino all’altare secondario, infondo. Sta fermo, si guarda intorno, poi prende i fiori dall’altare, se li mette dentro il cappotto ed esce.]


Achille uscì di soppiatto, stando bene attento che nessuno lo avesse visto. Ormai i suoi fiori erano in salvo, stretti nella tasca della giacca sotto il cappotto. Si specchiò nella vetrina di un negozio chiuso e si ricompose. La sua figura da gentiluomo napoletano dell’Ottocento stonava un poco con le vie della Roma del terzo millennio, ma l’eleganza dei suoi passi echeggiava come una sinfonia per l’alba. Eccolo, il sole. Achille lo vide sollevarsi gagliardo sopra i tetti, sopra i sogni degli uomini, infine sopra il campanile della chiesa. Gli vennero in mente le belle parole di Giovanni Capurro, il suo più grande amico mai conosciuto. Sì, avrebbe voluto esserci in quel Cinquecento, quando il sole era stato celebrato in una canzone che continua nei secoli più viva che mai, e che ci fu rubata persino dai giapponesi che ci fecero il loro inno nazionale. Beh, in fondo è da lì che arriva il sole, pensò Achille mentre si dirigeva a passo deciso e regale verso il parco.
Le signore del piccolo quartiere iniziarono ad aprire ad una ad una le loro botteghe, così come l’amico giornalaio e il fruttivendolo. Tutto si risvegliava, la vita ricominciava a brulicare e Achille sentì un brivido di piacere quasi sessuale. Era malato di vita, Achille Serrao, ed era famoso per questo. Ognuno che lo incontrava lo salutava con affetto e stima, ma lui restava umile, e con gratitudine dava un gesto di gentilezza a tutti. Alle donne più belle, Achille faceva un gesto da latin lover napoletano, e tutte sospiravano, affascinante com’era col suo portamento e la sua sicurezza.
Si sentì soddisfatto di ciò che aveva costruito in quei cinquantaquattro anni e questo gli si palesava sul volto ogni qualvolta il suo sguardo incontrava quello di un altro. Perchè lui, almeno, c’era riuscito. Non aveva rinnegato le sue radici. Prima di tornare alle origini, non aveva mai vissuto veramente, ma poi l’illuminazione: fece dietro front, e dopo una vita spesa a correre, correre, ottenere risultati, provare cose nuove, cose del futuro, proprio del terzo millennio, aveva capito. Aveva trovato la soluzione al dilangante vuoto di valori e appartenenze della modernità. Achille fece dietro front e tornò alle radici della sua esistenza, vissuta nella capitale, ma iniziata dalla straordinaria Napoli dei suoi genitori. Ed ecco quello che fece: delle sue radici, ne fece il suo lavoro! Ora poteva dirsi davvero soddisfatto, vero: non aveva rinnegato.
Così ragionando, Achille arrivò al parco. Ah, il suo parco, la casa dei suoi sogni. Ma ancora non era il momento. Respirò a fondo il profumo della brina sull’erba e capì che doveva aspettare. Ancora non era il momento. Aspettò il tramonto, per farlo. Come un lupo mannaro assetato di tenebre.

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