Una tele-visione sacra

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[La sera del 18 maggio 1979 mi caddero gli occhi per terra, me ne accorsi perchè, pur trovandomi in piedi al centro della stanza, le palme che premevano le tempie e il naso all’insù, come se il setto nasale fosse stato preso all’amo e una lenza me lo stesse tirando sopra il soffitto, fissavo con un certo orrore un topo che strisciava lungo la parete sotto il letto.]

 


E mai fu benedizione più meravigliosa, perché proprio uno dei topi bianchi sacri del monastero indù me li prese con sé e me li portò a visitare la vita, fuori, proprio quella che la chiusura della sede religiosa induista, fino a quel momento, mi tenne celato. E non erano, badate bene, occhi morti i miei, ché tutto il visibile passava alla mia anima, lì nella stanza in cui restavo in piedi, piantato, col capo verso il cielo. Vidi la mia India vera senza filtri, quella dei bassifondi, quella degli intoccabili e quella dei bimbi nelle baracche, passando vicino al grande fiume, dove conobbi l’amore, quello delle madri, dei fratelli, degli sconosciuti. Mi venne in mente l’immagine sacra di Krishna, con in braccio il suo bambino, e compresi che era questo, che quella sterile stampa a colori intendeva, muta sopra l’altare, per anni davanti ai miei occhi, solo ora aperti. Vidi la vita in comunione, dove la sofferenza e la povertà diventano sorrisi che si può dare e ricevere, perchè è l’unica cosa che esiste, l’amore. Poi vidi l’odio, più in città, tra due cani che si contendevano una carcassa putrida. Sentii l’odore stagnante della morte, là nella mia stanza, in piedi, e mi sentii svenire. Ma il bianco topo sacro continuò nel suo viaggio di redenzione, e mi portò sull’albero più alto, in cima: ecco, ora c’era l’intera Nuova Delhi davanti a me, con i suoi fumi e le sue luci al tramonto, i suoi fachiri e le sue donne in sari. Vidi un piccolo mondo, da quell’albero, e riscendendo sentii una vertigine. Mi sedetti sul letto, pieno di emozioni dissonanti: il fuoco dei fachiri e l’acqua del fiume; la donna, l’uomo; l’odio e l’amore, la morte e la vita. Lo yin e lo yang. L’universo. Il bianco topo lasciò cadere piano, con la sua aura di sacralità, i miei occhi, prima di allora ciechi.

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