L’avvento della moneta – Cronistoria di un regime totalitario

9 08 04 by

Si bisbiglia di vizi capitali, si accenna ad emozioni e valori perduti, si parla di uomini e sentimenti caduti nelle mani dello sfruttamento mercantile. Alcuni gridano ricchezza. È il feticismo del denaro che Raoul Vaneigem denuncia nel suo saggio “Niente è sacro, tutto si può dire”: è l’idolatria della merce, del reddito, in cui ogni cosa e ogni persona diventano un banale oggetto “sottoposto alla domanda e all’offerta”. E per quanto contestabile possa essere l’opinione di un anarchico, “il cerchio del profitto” è “causa ovunque nel mondo dell’indegno trattamento riservato a donne, bambini, uomini, fauna e flora”.

Economia: “si punta all’efficienza e alla competitività dell’industria”, strilla un’enciclopedia, che pure era nata come progresso umano e risveglio delle coscienze, del grande desiderio dell’uomo di conoscere e crescere. Dov’è il progresso? Nelle cifre indiane di bambini schiavi e rispettive ore di sfruttamento? Si può udirlo nel chiassoso shopping natalizio dei centri commerciali? O leggerlo nei 322 milioni di africani che possiedono meno di un dollaro al giorno? Nei 36 Stati in crisi e nei 22 conflitti in corso, nel mondo, per soldi? Come afferma Paul Léutaud, “tutti i popoli sono per la pace, nessun governo lo é”: sono 120mila i bambini africani sotto i sette anni utilizzati come soldati, migliaia le persone uccise e censurate dalla stampa e dalle televisioni di tutto il mondo.

Ma a noi “occidentali” che importa? La fame, la guerra, la morte? Ce lo dice il grande Gino Strada, chirurgo di guerra e inviato di pace: noi rappresentiamo solo il 20% della popolazione mondiale e consumiamo l’83% delle risorse del pianeta. Che c’importa della povertà? Diciamocelo, proprio niente. Il fatto che quattro miliardi e settecento milioni di persone si debbano spartire quel 17% delle risorse rimasto disponibile, non ci tocca affatto. O sì? Il 90% dei problemi dell’occidentale medio ha il tanfo fetido dei soldi. Direttamente o indirettamente, siamo schiavi persino della moneta, creata da noi stessi secoli fa: l’ennesimo esempio della procedura tipica dell’uomo, che crea enti per poi caderne vittima – proprio come il tempo e Dio – senza rendersene conto.

Le antiche attività commerciali avvenivano con scambi di merci: bestie, pelli, stoffe, perle e conchiglie, sale e tè. Con l’intensificarsi dei rapporti commerciali si manifestò l’esigenza di possedere un bene che fosse in possesso di cinque requisiti, esigenza che segnò proprio l’avvento, col tempo, del regime totalitario più distruttivo e più ignorato di tutti i tempi. Facile trasferibilità, divisibilità, omogeneità, inalterabilità e conservabilità. L’uomo aveva inventato la moneta. In maniera così facile e lineare da sembrare un dono caduto dal cielo, come una presenza inevitabile.

La parola moneta deriva dal verbo latino monere, “avvertire”, e la prima unità di misura della ricchezza fu in rame, di forma grezza e irregolare, e a chiunque capitasse di vederne una originale, non farebbe una buona impressione. Aveva un aspetto mostruoso, apocalittico, simile ad una roccia lavica, quasi a sottolineare, a monere della sua natura meschina e nefasta, messaggio che non abbiamo colto. Abbiamo preferito andare avanti con la coniazione dell’aes signatum in bronzo, di forma pressoché rettangolare, fino ad arrivare al dischetto metallico che nacque nel VII secolo a.C. in Asia Minore. La monetazione ufficiale romana iniziò intorno al 300 a. C., ed il cosiddetto asse portò diverse figurazioni nei secoli – animali, divinità, imprese belliche, avvenimenti religiosi e civili -; iniziò a trattarsi di pecunia – da pecus, bestiame – e di capitale – da capita, capi di bestiame – a ricordarci invano che la ricchezza più grande è la genuinità della natura.

Il mercato divenne affare comune e principale attività, che ad Atene si svolgeva nell’agorà, a Roma nel Foro. No, non immaginatevi gli ipermercati di oggi, quegli insaziabili, enormi centri di vendita al minuto, dotati di depositi e grandi aree di parcheggio – di auto e di bambini – per ogni tipo di clientela. Quei moderni paesi dei balocchi per adulti ancora non c’erano. Ma al mercato vi era tutto ciò che si poteva chiedere: dai cibi alle stoffe, dai fiori alla vita mondana ricca di conoscenze, battibecchi e sorrisi. Chi di noi guarda in faccia la persona davanti, nella fila alla cassa? Il denaro, quel misterioso ed ingegnoso ente – che non è altro che la nostra amata moneta – ci ha svuotati, e ci svuota. Di quanta miseria ancora dovremo cospargerci?

Agli inizi del VI secolo in Grecia nacque una nuova moneta, il dramma – ironia della sorte – che costituì il mezzo di scambio più noto del mondo antico, largamente imitato. Ma il suo nome? La storia onnisciente e sarcastica lanciava i suoi segnali di fumo, ma nessuno capì che in effetti, col tempo, quella novità elegante in argento di forma circolare avrebbe segnato – drammaticamente – il destino del mondo. Dopo la caduta dell’Impero Romano, nel 476, Carlo Magno introdusse una nuova moneta d’argento, il denaro: dodici denari formavano un soldo e venti soldi una lira. Il cerchio pesante del profitto si allargava, e la moneta acquistò valore morale. Nasceva il feticismo del denaro.

Nel Medioevo, il doge Enrico Dandolo coniò a Venezia il matapan d’argento. Ammazza-pane? Ecco l’ennesimo segnale d’allarme etimologico che la storia cercava di lanciare. Ma niente. Le tre funzioni tradizionalmente riconosciute alla moneta, quelle di mezzo di scambio, di unità di conto e di mezzo di conservazione della ricchezza, furono tutte sorpassate dalla concezione del denaro come oggetto e non più come mezzo. Il cerchio soffocante si espandeva. Nessuno fu più uomo, ma creditore o debitore, venditore o cliente, in un vortice ingoiatutto originato dalla nascita delle quattro libertà: la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali. Oltre all’eliminazione delle barriere – fisiche, fiscali e tecniche – che ostacolavano gli scambi, si puntava all’efficienza e alla competitività dell’industria mondiale.

Nel 1943, a conflitto non ancora risolto, gli USA elaborarono il piano White, che prevedeva l’istituzione di un gold exchange standard: si stabilì che l’unica moneta convertibile in oro fosse il dollaro e che gli altri Paesi si impegnassero a mantenere il valore della propria moneta rispetto ad esso. Le vestali del regime avanzavano eleganti come non mai, a passo fiero verso quello che è oggi la Terra: un campo minato di invidia, odio, guerra. Minato dalla moneta. Nel 1999 si istituì, nella Comunità Europea, una singola unità monetaria, l’euro. Mica è stato facile adattarsi, noi ora lo sappiamo. Punti di riferimento numerici differenti, smarrimento, inflazione, caro vita, bigliettoni da monopoli. È questa la nostra realtà: ogni cosa è asservita al profitto, niente ha più un valore, tutto ha un prezzo, un valore d’acquisto.

Nella sua poesia “Hitler è vivo”, Ndjock Ngana utilizza l’esempio del totalitarista per eccellenza.

La civiltà trovò Hitler nel suo cammino / e lo uccise! / Ma non è forse stato Hitler / a sterminare gli indiani d’America / per rubare loro la terra? / A deportare i negri / per metterli nei campi di concentramento in America? / A prendere il potere in Cile? / A turbare la pace in Afghanistan? / E poi che c’è in Africa del Sud? / Chi c’è in Africa del Sud? /E qualcuno si illude di aver ucciso Hitler/ per portare sulla Terra un po’ più di civiltà. / Ma alla faccia di tutti noi, / Hitler è qui tra di noi, / più satanico che mai, / più satanico di Hitler.

Cosa non si fa per il vil denaro? Si mente e si nasconde, si calunnia e si cospira, si ignora e si odia, si ferisce, si calpesta, si dimentica l’amore. Si combatte, si suda. Si muore. Ci si nasce persino, per soldi, nelle famiglie di molti Paesi in cui si ha bisogno di figli lavoratori o mercificabili. Insomma, si vive per avere e non per essere.

E pensare che era solo un dischetto irregolare di metallo.

 

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